Scarica Firefox 3. L’open source entra nel Guinness

Download Day

Il debutto sulla Rete di Firefox 3 - nuova versione del browser della Mozilla Foundation che contende all’ Internet Explorer di Microsoft la leadership della navigazione sul web - sarà accompagnato martedì da un tentativo di stabilire un record mondiale, quello del maggior numero di copie di un programma scaricate da Internet in un solo giorno.
Mozilla Foundation, l’organizzazione non-profit con sede a Mountain View (California) che promuove il progetto open source, collaborativo e gratuito, ha lanciato da settimane in tutto il mondo una campagna per esortare gli utenti di Firefox a scaricare tutti insieme dalla Rete la versione 3.
L’idea è quella di far entrare l’ evento nel Guinness dei Primati, i cui ispettori seguiranno passo per passo il Download Day (giorno del Download) di Firefox.
In realtà non c’è un tetto stabilito per dichiarare raggiunto il primato, visto che non esiste ancora un record del genere. Mozilla dovrebbe battere però senza troppi problemi gli 1,6 milioni di versioni scaricate nel primo giorno del debutto di Firefox 2 e punta a un traguardo ipotetico di 5 milioni di click sui bottoni del download promossi su siti Internet e blog di mezzo mondo. Ma un record Mozilla l’ha già stabilito con le prime due versioni di Firefox scarticate da quasi di 570 milioni di utenti.
Per partecipare al Download Day basta andare sul sito www.spreadfirefox.com/worldrecord, dedicato all’ impresa dove sono già state raccolte 1,3 milioni di “promesse” da tutto il mondo.
Per diffondere la voce moltissimi siti di tutto il mondo hanno aggiunto nelle loro pagine un pulsante di downolad. «Non vi chiediamo niente di trascendentale, come inghiottire una spada o mettere in equilibrio 30 cucchiai sulla faccia, anche se sarebbe un bel record» ironizzano gli organizzatori. E sul web si è già diffuso l’imperativo del Download Day soprattutto per gli appassionati che aspettavano la nuova versione Firefox da mesi.
L’Italia, stando alle “promesse” risulta tra i paesi più attivi, con 59 mila persone impegnate a partecipare al Download Day il cui risultato sarà annunciato all’incirca ad una settimana da martedì. Esclusa la possibilità di barare. Mozilla, infatti - annunciano dal sito - terrà in considerazione solo i download completati, non gli aggiornamenti parziali o completi. Verranno inoltre scartati i download riconosciuti come duplicati grazie all’utilizzo di un sistema di riconoscimento dei cookie.
Firefox 3 vanta 15 mila miglioramenti rispetto alla versione precedente, sviluppati dalla propria comunità globale di esperti di software. Tra le novità più di 5000 componenti aggiuntivi con cui personalizzare «l’esperienza in rete», la gestione dei segnalibri con un click e la barra degli indirizzi intelligente.
Il browser è attualmente già il secondo più usato al mondo dopo Explorer, ma c’è chi ritiene che la terza versione possa portare Mozilla al sorpasso. Microsoft risponderà in agosto, quando è previsto il lancio di Internet Explorer 8, ultima e rinnovata.

Download Day - Italian

Download Day - Italian

Case all’asta, offerta boom

Oltre 100mila immobili venduti in Tribunale
Il rialzo dei tassi ha fatto crescere i pignoramenti
Una fetta di mercato immobiliare in rapidissima (e fatale) crescita. Stiamo parlando delle offerte di immobili alle aste giudiziarie, alimentate sia dalle difficoltà di molte famiglie a pagare la rata del mutuo sia dall’incremento dei fallimenti di imprese. Una stima sui dati della Banca d’Italia (a ottobre 2007 le sofferenze bancarie sono salite dell’8,45% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente) permette di ipotizzare almeno 100mila immobili da aggiudicare in Tribunale o da professionisti che sostituiscono il giudice.
Questa l’offerta. Ma anche la domanda è in crescita: il boom dei prezzi degli scorsi anni, ora in lieve declino, rende più appetibile l’asta, che garantisce uno sconto sui valori del mercato tradizionale del 20% in media.
Le novità. A spingere le vendite giudiziarie ci sono le novità normative, che hanno portato più trasparenza al mercato, fino a qualche anno fa difficilmente accessibile al comune cittadino per un ventaglio di ragioni. Per esempio, la scarsa pubblicità data agli immobili che venivano messi all’incanto, la necessità di disporre immediatamente di denaro liquido, la lunghezza delle procedure. Tutti questi problemi esistono anche oggi, ma sono meno marcati. Inoltre, sta divenendo possibile visitare gli immobili e, soprattutto, è più facile essere informati, anche grazie a internet. La più grande novità è, infatti, l’avere reso obbligatoria la pubblicazione degli avvisi di vendita su siti internet (autorizzati ai sensi del Dm Giustizia 31 ottobre 2006), comprensivi di «tutti i dati che possono interessare il pubblico» (ordinanza del giudice, perizia di stima, talora anche foto e piantine degli immobili). La pubblicazione deve avvenire almeno 45 giorni prima del termine per la presentazione delle offerte o della data dell’incanto.
Non più “al buio”. Fino a poco tempo fa, comunque, il principale “buco nero” dell’acquisto all’asta giudiziaria era costituito dalla quasi impossibilità di visitare i locali. La riforma ha consentito al giudice di affidare il ruolo di custode a un professionista anziché allo stesso debitore-proprietario che continuava a occupare l’immobile (o a un suo inquilino), persone che evidentemente avevano interesse a mettere i bastoni tra le ruote al candidato acquirente.

Class action

A quanto pare, quando uno strumento è efficace e da potere al popolo, fa mooooolta paura ai potenti…e subito lo bloccano;
Scajola:”Una legge da rivedere” La class action come Dorando Petri rischia di cadere a un passo dal traguardo. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha chiesto infatti un rinvio dell’entrata in vigore della legge sulle cause collettive di risarcimento (in teoria prevista per il 29 giugno) “che così com’è fatta non va bene”. E il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola ha aperto subito uno spiraglio al nuovo vertice di viale dell’Astronomia (protagonista di ampie aperture al governo di centro-destra) ammettendo che “la norma è per certi aspetti impraticabile e bisogna dunque rivederne alcuni aspetti a tutela del consumatore perché non ci sia una risposta beffarda per chi vuole riconosciuti i propri diritti”. Una difesa d’ufficio respinta da tutte le associazioni dei consumatori che ieri sono subito scese sul piede di guerra contro l’ipotesi di un posticipo.

Lo spettro di un primo depotenziamento della class action è arrivato in singolare coincidenza con il deposito presso il tribunale di Milano della prima causa civile di questo genere, avviata da Deminor e Altroconsumo contro le banche e revisori coinvolti nel crac della Parmalat. La richiesta di danni per Collecchio - cui sarà possibile associarsi fino a fine luglio - sarà presentata per conto di 4mila tra investitori istituzionali e piccoli risparmiatori al tribunale di Milano contro Deloitte Touche, Grant Thorton, Citibank, Bank of America, Nextra (oggi Eurizon), Morgan Stanley e Deutsche Bank.

Al di là dei titoli ottenuti dagli ex-obbligazionisti nell’ambito del concordato, gli ex-soci di Collecchio hanno ottenuto per ora nei tribunali dove si sono costituiti parti civili un risarcimento come danno morale pari a circa il 6% dei loro investimenti grazie all’accordo con Deloitte. E dopo la decisione dei giudici Usa di escluderli dalle class action americane l’unica strada per rivedere un po’ dei propri soldi (per chi non lo ha già chiesti nei processi in corso) è quello della class action tricolore.

Parmalat intanto ha ripreso ieri a volare in Borsa grazie all’effetto-risarcimenti. I titoli di Collecchio - spinti dai 356 milioni arrivati in cassa grazie alle transazioni con Ubs e Credit Suisse - hanno guadagnato ieri l’8,4%, rialzo che ridimensiona a -39% il calo da inizio anno. Enrico Bondi finora ha chiuso transazioni per quasi 1,6 miliardi e non sembra intenzionato a rimanere seduto per troppo tempo su questo “tesoretto” (in cassa ci sono quasi 1,5 miliardi) di liquidità. Collecchio ha da tempo allo studio diverse ipotesi d’acquisizione e la chiusura delle cause svizzere potrebbe consentire ora di accelerare i tempi. Anche per prevenire le mosse dei fondi, che malgrado il flop dell’ultima assemblea potrebbero tornare all’attacco per chiedere un dividendo straordinario, e gli appetiti di potenziali scalatori, solleticati dallo scivolone dei mesi scorsi in Borsa.

Ieri, l’amministratore delegato di Parmalat è stato in visita a Roma dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Qualcuno ha ventilato l’ipotesi di un’offerta della cloche di Alitalia al super-risanatore di Montedison e di Collecchio, ma Bondi ha ribadito ieri che il futuro della compagnia di bandiera “non è affar mio”. Possibile, invece, che l’ad abbia voluto fare un punto della situazione proprio sui progetti futuri di Parmalat con un politico (Letta appunto) che sin dai primissimi giorni dopo il crac aveva dato un contributo decisivo a mettere le basi, Legge Marzano in testa, per rendere poi possibile il salvataggio del gruppo.
(17 giugno 2008)

Al via la norma salva-premier preoccupazione al Quirinale

ROMA - Il Quirinale è preoccupato. Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino altrettanto. Berlusconi lo sa, ma va avanti lo stesso.L’obiettivo è bloccare la sentenza del processo Mills dov’è imputato di corruzione in atti giudiziari. La strategia prevede due tempi: subito (oggi) un emendamento al decreto sicurezza, l’unico contenitore disponibile che gli può garantire la rapidità necessaria, per bloccare tutti i processi che “non destino grave allarme sociale” per i reati commessi fino al 2001 (come il suo). A seguire un disegno di legge per riproporre, con legge ordinaria, il lodo Schifani, inchieste congelate per le più alte cariche dello Stato. Mancino boccia entrambi i progetti. Del secondo dice: “Ci vuole una legge costituzionale”. E delle priorità ai giudici per mandare avanti i dibattimenti per reati gravi e gravissimi: “Non sono mai stato di questo avviso perché scalfisce e attenua l’obbligatorietà dell’azione penale”. Saggi consigli, rischi di conflitto istituzionale, sconvolgimento dei processi in un’intera nazione, rottura con l’opposizione. Ma il Cavaliere mette in gioco tutto pur di evitare un’ipotetica condanna che, a parole, il suo avvocato Niccolò Ghedini continua ad escludere dal novero delle possibilità. E tuttavia, da una settimana, si lavora in modo febbrile per infilare nel decreto sicurezza la norma che proprio Ghedini aveva proposto sin da quando il governo ha cominciato a lavorare sul pacchetto. Un articolo che suona così: “Nella trattazione dei procedimenti penali e nella fissazione delle udienze è data precedenza ai processi con imputati detenuti e a quelli che abbiano messo in pericolo la sicurezza pubblica o che abbiano comportato grave allarme sociale”. Un diktat alle toghe. Simile a quello che il Csm fece negli anni Settanta per i processi di terrorismo. O come la circolare del procuratore Maddalena per i reati indultati. Mandare avanti i reati gravissimi, mafia e terrorismo, e quelli gravi, furti, rapine, violenze di ogni tipo. Tutto per rispondere all’allarme sicurezza, “come vuole la gente” insiste il Cavaliere. Reati commessi fino al 2001 (giusto come il suo), e quindi a rischio prescrizione, ma con la garanzia che la stessa prescrizione sia sospesa per legge. Restano fuori tutti i delitti dei colletti bianchi, e tra questi ovviamente anche la corruzione giudiziaria del presidente Berlusconi. Nelle riunioni per definire il ddl sulle intercettazioni si parla anche di questo. Ne discutono tecnicamente Ghedini, il Guardasigilli Angelino Alfano, il ministro dell’Interno Bobo Maroni, l’aennina Giulia Bongiorno. Berlusconi insiste, vuole subito la sospensione e poi il lodo. Giovedì ne parla a pranzo con Bossi e Maroni. Propone che l’emendamento, assieme a quello sull’esercito, venga licenziato nel consiglio del giorno dopo. Una proposta del ministro della Giustizia, di per sé molto impegnativa. Ma ci si ferma su due perplessità non di poco conto. Una politica, se sia opportuno che proprio il governo faccia un simile passo, destinato a sollevare un vespaio. Una di contenuto: basta solo un’indirizzo di priorità alle toghe che lascia loro la discrezionalità di scegliere quali processi anticipare o è necessario bloccare comunque quelli non urgenti (corruzione e altri, leggi Berlusconi) per un anno? Lega e An sono molto perplessi sulla seconda via. Tutto si ferma. Alfano annuncia solo, a consiglio finito, che presenterà un emendamento per dare “la corsia preferenziale ai processi per gli infortuni sul lavoro”. Stop. Poi un contentino ai giudici, anche i giovani uditori potranno fare i pm e i giudici nelle terre di frontiera. Ieri hanno deciso. Non sarà il governo a presentare l’emendamento, ma un esponente del Pdl. Il nome più accreditato è quello di Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del dl sicurezza. Ma potrebbe prevalere l’idea di affidarsi a un peones che, come avvenne per Melchiorre Cirami quando nel 2002 presentò la legge sul legittimo sospetto, alla fine darebbe il nome all’ennesima norma salva Berlusconi. Che, se gli indirizzi dell’ultim’ora di ieri saranno confermati, dovrebbe contenere sia l’indicazione delle priorità per i processi che la sospensione per un anno. Che potrebbe anche essere reiterata per altri 12 mesi. Berlusconi, del resto, ha poco tempo. Il processo Mills è agli sgoccioli. E l’accelerazione imposta dai giudici della decima sezione del tribunale di Milano lo preoccupa. Venerdì è saltata una trasferta a Lugano perché un testimone della difesa, il banchiere Paolo Del Bue, ha presentato un certificato medico. Ma le udienze che mancano sono poche e, salvo ostacoli, la sentenza potrebbe arrivare prima delle vacanze. La sospensione dei processi serve come il pane. Poi ci sarà tutto il tempo per approvare un nuovo lodo Schifani. (16 giugno 2008)

Fotovoltaico, maxi-commessa per azienda italiana

Un miliardo di euro per acquistare e sviluppare impianti per la produzione di energia solare nei prossimi cinque anni. È quanto ha ottenuto Enerqos, uno dei primi fornitori in Italia di impianti fotovoltaici, dall’accordo con la merchant bank lussemburghese NextEnergy Capital. Si tratta di uno degli accordi più importanti mai siglati in Europa per lo sviluppo dell’energia solare. Enerqos, società con base a Monza, realizzerà impianti «chiavi in mano» utilizzando le tecnologie più avanzate, tra cui un sistema proprietario, brevettato dall’azienda. I primi impianti, già progettati, saranno realizzati in Italia e in Grecia.

Negli ultimi anni il fotovoltaico sta crescendo a ritmi spediti in Italia e in Europa. Nel nostro Paese siamo passati da 5 megawatt prodotti nel 2005 ai 55 del 2007, secondo dati del Gestore del servizio elettrico. Nel primo trimestre 2008 la produzione è stata di 18 megawatt. L’Italia è prima in Europa per crescita anche se la quota di energia da solare (10%) è ancora bassa, secondo gli addetti ai lavori, in rapporto al potenziale del nostro Paese. L’Unione europea, con la direttiva 77 del 2001, ha posto come obiettivo per gli stati membri una produzione da fonti rinnovabili pari ad almeno il 21% entro il 2010 . Una quota già abbondantemente superata da paesi come la Germania che, solo nel 2007, è arrivata a produrre circa 3834 megawatt da fotovoltaico. Negli ultimi otto anni gli addetti sono passati da 1500 a oltre 30mila. A livello mondiale, nel 2007, il settore ha dato lavoro a 100 mila persone generando un giro di affari di circa 20 miliardi di euro.

Europa 7- Grazie Silvio, ci fa piacere pagare per te!!! vaff…

Grazie Sivlio, quanto ancora ci dovrai far pagare per i tuoi interessi personali ?!?!?!?!?

Perkè i giornali e la televisione non dicono che paghiamo più di 200 mila euri al giorno retroattivi dal 2006 per far tenere la tua rete 4 sulle attuali frequenze, contrariamente a quanto sancito da tutte le sentenze della UE?!?!

Perkè non dici che quei soldi non li paghi tu, ma li pagano gli italiani?!?!?! Vuoi far risparmiare soldi all’ Italia?! Vuoi risananare il debito pubblico? invece di chiedere sacrifici agli italiani, inizia a farli tu!!!!

Perchè non dici che stai indebitamente togliendo lavoro ad un altro imprenditore ed editore che dovrebbe avere legittimemente le frequenza che occupi tu abusivamente?!

VNUnet.it 04-06-2008

Si complica l’affaire Europa 7: la diatriba sull’emittente va sanata, e già è stato fissato l’eventuale maxi risarcimento in 3,5 miliardi di euro.
La sentenza del Consiglio di Stato del 31 maggio ha bocciato il ricorso di Rti (Mediaset). Dopo la Corte di Giustizia Ue, una nuova sentenza dà ragione a Europa 7 e valuta la mancata assegnazione di frequenze in un eventuale risarcimento danni di 3,5 miliardi di euro. La cifra si abbasserebbe a 2,169 miliardi in caso di attribuzione delle frequenze.
Intanto il riassetto televisivo italiano appare come urgente, per tre fattori così riassumibili (a grandi linee): la sentenza della Corte di giustizia europea del 31 gennaio scorso che impone una sorta di “riforma” della Legge Gasparri alla normativa europea e la risoluzione del caso Europa 7, anche perché la procedura di infrazione avviata dalla Commissione contro il nostro Paese verte su 10 norme della Gasparri.
la norma salva Rete4 è per ora saltata, ma il tentativo del governo non è passato inosservato neanche all’estero; la sentenza del Consiglio di Stato permette a Rete 4 di trasmettere, ma Europa 7 ha diritto a un eventuale cospicuo risarcimento.
In questa intricata vicenda, l’unica cosa che appare chiara è l’urgenza di un riassetto Tv che tenga conto dei diritti (Europa 7), delle sentenze e delle richieste di Bruxelles. Certo che, dopo l’emergenza rifiuti a Napoli e quella Alitalia, è l’ennesima urgenza in cui inciampa l’Italia in pochi mesi.

Roma, 23 Maggio- La vicenda Rete 4 - Europa 7 torna d’attualità nell’agenda politica di questa nuova legislatura. In sintesi: La vicenda Europa 7 nasce nel luglio del 1999, quando Europa 7 ottiene dallo Stato italiano la concessione per una rete nazionale.
Il Governo di centrosinistra di allora, però, non le assegna le frequenze per iniziare a trasmettere, ma a Retequattro non dà la concessione. Ciò nonostante, il Ministero delle comunicazioni, sempre nel 1999, permette la prosecuzione delle trasmissioni analogiche da parte delle reti eccedenti (mi riferisco a Retequattro e a Telepiù). Fra ricorsi al Tar e sentenze, la vicenda giudiziairia arriva alla sentenza n. 466 del 2002, con la quale confermò, come già avvenne nel 1994, che nessun privato può possedere più del 20 per cento delle frequenze televisive e le reti eccedenti dovevano cessare la trasmissione in via analogica terrestre, riprendendo così una decisione già assunta nel 1994. La stessa Corte costituzionale, come forse ricorderete, fissò un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003, per il passaggio esclusivo al satellite o cavo, basandosi su una valutazione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che riteneva quella data sufficiente per trasferire tutte le trasmissioni di Retequattro e di Telepiù su mezzi digitali.
Tema caldo quello discusso ieri in Parlamento, inaugurato dalla dichiarazione di ammissibilità da partedi Fini ad un emendamento da inserire nel dibattito parlamentare d’aula, Fini ha voluto precisare che l’emendamento è stato ammesso perché c’è una procedura di infrazione in corso da parte della Commissione europea.
Da subito scontro aperto in seno alla minoranza “ombra” con alcuni interventi al vetriolo. Oggetto degli attacchi la eccessiva fretta che sarebbe stata posta con la motivazione della “urgenza”.L’opposizione chiede che l’emendamento venga ritirato, “aver vinto le elezioni non vuol dire fare ciò che si vuole’, dice il capogruppo del Pd, Antonello Soro da fonti di agenzia. “Noi siamo fortemente contrari - aggiunge - e troviamo irragionevole che, nel primo provvedimento all’esame della Camera, venga infilata di soppiatto una norma che serve a salvare una rete Mediaset contravvenendo alla richiesta dell’Unione europea di regolarizzare le frequenze”.
Risponde il sottosegretario alle telecomunicazioni Romani: ‘L’intervento normativo del governo intende introdurre risposte piene alla Commissione europea’ e ‘porre rimedio alla procedura di infrazione avviata dall’Unione europea’. Su ciò ha tuonato Idv: “Il presidente del Consiglio si fa una legge a suo uso e consumo’,- tuona l’ex magistrato Antonio di Pietro-che antepone gli interessi delle sue aziende a quelli della collettività che dovrà pagare 350 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal primo gennaio 2006 per vedere Emilio Fede (127 milioni di euro annui, questo il prezzo pagato a Rete 4 dagli italiani)”.
Critico in aula anche l’ex presidente della Rai Zaccaria per il quale “il vero regista di questa operazione risulta il signor Confalonieri “, che dal canto suo preannunica querela dalla pagine di ansa.it.Zaccaria rincara la dose e aggiunge” Stiamo lavorando, quindi, in una maniera frenetica su un testo sul quale nella scorsa legislatura l’opposizione di allora aveva chiesto alla maggioranza di discutere con calma, per poter presentare emendamenti. La Commissione ha lavorato per un anno intero su questo provvedimento che oggi ci si chiede di approvare in un giorno”.Ora non resta che aspettare l’esito dell’iter alla Camera atteso nei prossimi giorni, la battaglia si riapre.

Le scimmie con il senso degli affari L’ha scoperto un’etologa italiana

A SANDOKAN piace un sacco il parmigiano e pur di mangiarne un pezzo è disposto a rinunciare a due porzioni di cereali glassati. Le cose cambiano se le porzioni diventano tre o quattro, a quel punto la golosità prende il posto della gustosità, e infatti Carlotta non ha dubbi: tra una nocciolina e quattro semi di girasole, vada per questi ultimi. Un ragionamento che ci trova tutti d’accordo, intriso com’è del senso degli affari che abbiamo noi esseri umani. Ma Sandokan e Carlotta sono due cebi dai cornetti, o Cebus apella, scimmie delle dimensioni di un gatto diffuse nell’America del Sud e dotate di un cervello piuttosto grande rispetto a quanto atteso in base alle loro dimensioni. Insieme a Robot, Gal e Paprika hanno partecipato a un interessante esperimento durato due anni, dimostrando che anche le scimmie hanno fiuto per le scelte più vantaggiose.

La dottoressa Elsa Addessi, ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr di Roma - Unità di Primatologia Cognitiva, ha scelto loro perché, pur appartenendo a una specie separatasi dall’uomo 35 milioni di anni fa, hanno caratteristiche cognitive estremamente interessanti, come quella di rompere le noci di cocco con incudini e martelli o di usare sassi per scavare alla ricerca di tuberi. Il team di ricerca della dottoressa Addessi è composto dalla coordinatrice del dipartimento Elisabetta Visalberghi, dal ricercatore in neuroscienze Camillo Padoa-Schioppa e dalla studentesse Alessandra Mancini e Lara Crescimbene, rispettivamente di Psicologia e Biologia . “Volevamo studiare la capacità di ragionamento simbolico in una specie evolutivamente distante dall’uomo - spiega la Addessi - Un ragionamento di questo tipo è considerato prerogativa della specie umana, ma questo esperimento dimostra che non è esattamente così”. L’esperimento è stato svolto in modo semplice ma efficace, facendo ricorso a dei token, gettoni che le scimmie di volta in volta davano e ricevevano per ottenere in cambio del cibo.

Il primo passo è stato cercare di capire quali fossero le loro preferenze gastronomiche, e subito sono cominciate le sorprese. Sbagliato credere che le scimmie si nutrano acriticamente di qualunque cosa: il formaggio è il formaggio ed è molto più buono di una ghianda qualsiasi. A seguito di una serie di sperimentazioni, le ricercatrici sono riuscite a classificare i gusti dei cinque cebi. Dopo aver associato la lettera A a quello più goloso, la B a quello considerato passabile e la C all’opzione “ultima spiaggia”, alle varie opzioni sono stati associati dei token. Una fîche verde per il cibo A, una rondella di plastica per il B e un uncino metallico per l’alimento C: una fiche da poker poteva ad esempio essere scambiata per un cereale glassato, una rondella di plastica per un pezzo di parmigiano e un uncino metallico per un seme di girasole. Le scimmie riuscivano sorprendentemente ogni volta ad associare il simbolo al tipo di cibo preferito. “Quando hanno scelto tra i cibi, hanno rivelato preferenze transitive - spiega la ricercatrice - In altre parole, se un cebo preferiva un cereale glassato a un pezzo di parmigiano e un pezzo di parmigiano a un seme di girasole, preferiva anche il cereale glassato al seme di girasole”.

E nessuno dei partecipanti si è scoraggiato di fronte al complicarsi delle regole del gioco. “Li abbiamo messi alla prova con varie combinazioni tra quantità e qualità - spiega la Addessi - Dopo aver imparato che una rotella può essere scambiata per tre noccioline e che un bullone vale una sola nocciolina, la maggior parte dei cebi ha sistematicamente scelto la rotella, ricevendo così tre ricompense invece di due”. E dimostrando un gran fiuto per gli affari. C’è da dire che, come ha ricordato la stessa ricercatrice, l’associazione in presenza dei soli token è risultata molto più complicata per le scimmiette. “In fondo - spiega - non capita forse anche a noi quando invece di usare il denaro usiamo la carta di credito… e purtroppo spendiamo di più?”. I risultati dello studio sono già stati pubblicati su “PLoS ONE” e la notizia è stata ripresa dalle maggiori riviste scientifiche internazionali, tra cui Nature. La dottoressa Addessi ha 34 anni e, pur avendo già lavorato per un periodo negli Usa, alla fine ha deciso di rimanere in Italia. “Scriva pure che sono precaria - conclude - La situazione non è buona, ma io consiglio sempre ai miei colleghi di restare qui e non arrendersi”.

Cosenza, era stata arrestata ma risultava presente al lavoro

COSENZA - Era stata fermata nell’ambito dell’Operazione “Anaconda”, che ha portato in carcere 32 persone legate al clan della ‘ndrangheta capeggiato dal marito; eppure risultava in servizio nell’ufficio delle entrate della città calabrese, dove lavora.

Adele Nappo, 53 anni, moglie del boss Domenico Cicero, lavora nel settore che si occupa delle visure catastali. Ieri, ovviamente, non si è potuta recare al lavoro. Ma il suo tesserino magnetico risulta ugualmente essere stato “strisciato” per l’ingresso in ufficio, alle ore 7,10 per poi essere timbrato in uscita, alle ore 7,40.

I Carabinieri di Cosenza questa mattina hanno sentito il direttore del Catasto, Cristiano Costantini, per chiedere spiegazioni sul fatto. Avrebbero anche acquisito degli atti.

(12 giugno 2008)

L’economia secondo Obama “Amo il mercato ma difendo i deboli”

SENATORE Barack Obama, la benzina ha superato negli Usa la media nazionale dei quattro dollari al gallone. Allo stato delle cose, è vero che non c’è nulla che una volta eletto presidente lei - o chiunque altro - potrà fare per migliorare la situazione in tempi brevi?
“Quel che e vero è che in questo momento, in considerazione del prezzo globale del petrolio, non è possibile abbassare artificialmente il costo della benzina. Ciò che invece possiamo fare, è dare alle persone un immediato sollievo tramite la legislazione fiscale. Per questo ho proposto di accelerare i tempi per offrire un rimborso che porti centinaia di dollari nelle tasche delle famiglie, in modo da controbilanciare alcuni di questi aumenti durante l’estate e l’autunno. Nel lungo termine però, l’unica cosa che possiamo fare per far fronte al costo della benzina è di cambiare il modo in cui consumiamo petrolio. Questo significa investire in carburanti alternativi, innalzare i parametri di efficienza energetica per le automobili, aiutare l’industria automobilistica a ristrutturarsi internamente”.

L’alto costo del petrolio potrebbe però paradossalmente diventare una cosa positiva, una spinta per passare a energie alternative?
“Abbiamo consumato e consumiamo energia come se le fonti fossero illimitate. Adesso, con la rapida crescita di India e Cina, sappiamo che i nostri bisogni superano di gran lunga le riserve disponibili”.

Una domanda di economia di più ampio respiro: ci troviamo per la prima volta dopo molto tempo di fronte al rischio di una crescita lenta e al tempo stesso di una ripresa dell’inflazione. Di queste, quale considera al momento più rischiosa? E cosa farebbe per scongiurarle?
“Credo che il grande problema che ci troviamo ad affrontare in questo momento sia dovuto al fatto che a causa della crisi dei mutui e della contrazione del mercato finanziario l’economia stia rapidamente rallentando. E questo accade in un momento in cui già risentiamo di altri fattori, in particolare legati al petrolio e alle materie prime. Se riuscissimo a stabilizzare il mercato finanziario, a realizzare le iniziative che ho proposto, che prevedono che sia le persone che hanno un mutuo sia gli istituti di credito scendano a compromesso, permettendo ai primi di mantenere la propria casa, riusciremmo ad aiutare le imprese che hanno progetti validi, che creano prodotti validi e offrono servizi validi a rimettersi in sesto”.

Le tasse saranno un tema importante della campagna elettorale. McCain l’ha già attaccata a questo proposito. Lei ha parlato di tagli fiscali, tra l’altro per gli anziani e per chi ha una casa.
“Non c’è dubbio che ogni programma che attuerò sarà basato sulla situazione economica che erediterò da George Bush. Credo che chi gestisce l’economia dovrebbe basare le proprie decisioni sui fatti, e non sull’ideologia. Per questo, anche se propendo per un certo tipo di politica, dovrò vedere come andranno le cose, e sollecitare molte opinioni diverse… “

Quindi lei può ipotizzare il differimento di alcune di quelle iniziative?
“Qualche iniziativa potrà forse essere differita, ma credo che i principi base necessari per riportare giustizia nell’economia e incoraggiare la crescita economica dal basso restino importanti. Ritengo che il principio generale, ovvero di aumentare le tasse per gli americani che hanno un reddito alto, come me, e venire incontro a chi non ha tratto grande beneficio da questa nuova economia globale, sia valido. Tenga presente che per quanto riguarda tutte queste proposte, io voglio assicurarmi di definire chi sono i “ricchi”, per essere certo di non andare a colpire il ceto medio. In genere io definisco “ricchi” coloro che guadagnano almeno 250.000 dollari l’anno. Questo significa ad esempio che se aumenteremo le tassa sui capital gains io esonererò dal pagarla coloro che di fatto sono solo piccoli investitori, e mi rivolgerò piuttosto a chi negli ultimi venti anni si è molto, molto arricchito”.

Per quanto riguarda il suo approccio generale all’economia, lei ha criticato gli accordi commerciali perché ritiene che non vadano a vantaggio dei lavoratori americani, ha attaccato gli speculatori di Wall Street, critica le grandi aziende. Lei è populista?
“Io sono pro-crescita e pro-libero mercato. Amo il mercato, credo che rappresenti il mezzo migliore mai ideato per distribuire le risorse e produrre enorme ricchezza, per l’America o il mondo. Come ho già detto, credo che il mercato sia ormai sbilanciato. Non è la prima volta: è accaduto spesso, in particolare in epoche di grandi cambiamenti tecnologici ed economici. È accaduto quando siamo passati dalle fattorie alle fabbriche, quando siamo passati dalle fabbriche all’era dell’informazione, e ancora adesso ci stiamo adattando a questo nuovo contesto. C’è chi si è molto arricchito in questa nuova economia globale, c’è stata molto dislocazione. Io ho detto soltanto: facciamo in modo che la nostra economia prenda in considerazione non solo chi guadagna ma anche chi ci rimette”.

Con John McCain lei ha una cosa in comune: nessuna esperienza nel settore privato o nella gestione di grandi organizzazioni. Cosa farà per prepararsi a gestire l’economia Usa, ma anche per convincere gli americani che è all’altezza di quel compito?
“Credo che il compito del presidente sia quello di mettere insieme le persone migliori e formare una squadra che sappia gestire l’economia. La nostra filosofia sarà: come possiamo creare un ambiente che favorisca la crescita economica? Come possiamo creare nuove opportunità, diffondere le innovazioni e assicurarci che la crescita economica parta dal basso e che gli americani comuni possano continuare a vivere il proprio sogno?”

Copyright © 2008 The New York Times Company - traduzione Marzia Porta
(13 giugno 2008)

Il Canada chiede scusa ai nativi “Risarciremo abusi e violenze”

THOMAS Loutit ha passato otto anni in quella scuola. Otto anni in cui è stato obbligato a cancellare la sua identità culturale e etnica. Otto anni in cui ha subito violenze sessuali. Michael Cachagee aveva 4 anni quando venne strappato alla sua famiglia e portato in una delle tante scuole religiose fondate e sovvenzionate dallo Stato canadese dal 1870 al 1970. Con una sola missione: “cristianizzare e civilizzare” gli indigeni. L’obiettivo, nelle parole di un alto funzionario degli Affari Indiani del 1920, era quello di “distruggere l’indiano finché è bambino”.

Questa sorte in cento anni ha travolto 150 mila piccoli appartenenti ai gruppi etnici aborigeni Inuit, First Nations e Metis. Frammenti di vite spezzate a cui oggi il governo del Canada, per bocca del Primo ministro Stephen Harper, chiederà ufficialmente scusa. Non solo. Per 90 mila di loro, tra cui figurano sopravvissuti e discendenti, riceveranno un risarcimento miliardario, di 2 miliardi di dollari.

Una prima commissione governativa cha ha coinvolto tutte le parti in causa, comprese le comunità e diversi rappresentanti religiosi, ha concluso nel 1996 che il programma ha danneggiato in maniera irreversibile generazioni di aborigeni e ha distrutto la loro cultura. Il primo risultato del gruppo di lavoro è stato quello di fare chiudere i battenti all’ultima di quelle 130 scuole. “Ne abbiamo voluto fare parte - dice un portavoce ecclesiastico - perché volevamo dire la nostra. Non tutti hanno partecipato a quegli abusi”.

Che il vento sia cambiato si intuisce anche dalla dichiarazione del ministro degli Affari Indiani, quello attuale, Chuck Strahl: “E’ un rispettoso e sincero riconoscimento di un’estesa devastazione culturale, che ha compreso traumi fisici, abusi sessuali, e continua a perseguitare quelle generazioni anche oggi”. L’atto ha seguito di pochi mesi quello del governo australiano nei confronti degli Aborigeni. Ma il Canada è andato più in là, e oltre alle scuse ufficiali ha aggiunto un risarcimento economico.

A occuparsi del compenso sarà una commissione creata con parte dei 4,9 miliardi di dollari, cifra più alta della storia del Paese, raggiunta al termine di un accordo tra governo, confessioni religiose e rappresentanti indigeni, al termine di una class action promossa dai nativi. Riceveranno un risarcimento tutti gli studenti delle scuole incriminate, mentre un’ulteriore somma andrà alle vittime di abusi sessuali. A coordinare la commissione sarà Harry LaForme, primo e unico aborigeno a essere nominato giudice di Corte di Appello. LaForme viaggerà attraverso il Paese per ascoltare storie di studenti, insegnanti e testimoni e per educare i canadesi sul “lato oscuro della storia del Paese”.

Stasera il Canada si fermerà. Maxi-schermi sono stati allestiti in molte città per seguire il discorso di riconciliazione del primo ministro. Il Parlamento fermerà tutti i lavori. C’è grossa attesa anche tra le associazioni dei nativi, che oggi sono più di un milione. Alcuni di loro, soprattutto Inuit (quelli che un tempo venivano chiamati eschimesi, termine oggi considerato dispregiativo) e Metis (discendenti di famiglie indiane incrociate con europei), protesteranno perché i risarcimenti vengano allargati alle persone escluse perché le loro scuole non fanno parte della “lista nera”.

Le comunità indigene puntano il dito verso quel programma di colonizzazione, non solo culturale, e lo ritengono alla radice degli alti tassi di suicidi (11 volte superiori tra gli Inuit e i First Nations rispetto agli altri canadesi) e di dipendenze da droghe e alcool che affliggono le loro comunità. Nonostante le minoranze etniche siano trattate relativamente bene in Canada, rimangono la parte più povera e svantaggiata del Paese.

Cachagee ha passato dodici anni e mezzo in quelle scuole, dal 1944. “Sono stato picchiato, messo sotto l’acqua bollente, mi hanno obbligato a mangiare cibo andato a male, mi hanno chiamato in tutti i modi possibili - ricorda - ho sofferto grande rabbia e dolore. “Phil Fontaine, oggi leader della comunità dei First Nations, gruppo etnico discendente da varie tribù indiane, è stato uno dei tanti a subire violenze sessuali e uno dei primi a denunciarle: “Hanno inflitto qualsiasi tipo di abuso su bambini innocenti, ci sono migliaia di queste storie. Questo è un giorno storico, è importante che queste vicende si conoscano”. E forse, dice qualcuno, questo giudizio è più importante per i carnefici che per le vittime.