Com’è difficile avere a Roma la pillola del giorno dopo

La pillola in questione, Norlevo, (due compresse a distanza di dodici ore una dall’altra entro le 72 ore dal rapporto) non provoca aborto ma agisce inibendo e ritardando l’ovulazione cioè prima della fecondazione. Per averla in Italia ci vuole la ricetta medica che può essere richiesta al consultorio, al medico curante, alla guardia medica o in un pronto soccorso.

“Ma ottenere la prescrizione di notte e nei fine settimana è difficile se non impossibile negli ospedali romani – denuncia Massimiliano Iervolino dell’Associazione Radicali Roma – Eppure la pillola del giorno dopo è una prescrizione d’urgenza, il cui rilascio è dovuto in assenza di qualsivoglia possibilità di diagnosi e come tale i pronti soccorso sono tenuti a prescriverlo assicurando la presenza di medici”.

Dal centro alla periferia, è impossibile trovare un medico che non sia obiettore negli ospedali religiosi: succede al Cristo Re, al Fatebenefratelli, alle Figlie di San Camillo, al San Carlo, al San Pietro sulla Cassia e al Santo Spirito. Al policlinico Gemelli un infermiere allarga le braccia e consiglia alla coppia di consultare Internet: ” Lì potete trovare informazioni e anche il numero di telefono di un medico che fa la prescrizione senza alcun problema”.

Ma anche in due ospedali civili, il Cto Sant’Andrea e l’Aurelia Hospital il farmaco non viene prescritto. Nel primo mancano i moduli per il consenso informato; nel secondo pronto soccorso, i medici sono solo obiettori.

“L’esonero per i medici obiettori di coscienza è consentito solo per l’interruzione della gravidanza – sottolinea Iervolino – La pillola del giorno dopo, invece, è un farmaco per la contraccezione d’emergenza perciò non è possibile l’obiezione di coscienza. Se un medico la invoca deve indicare il rifiuto sul documento della prestazione”.

All’ospedale San Giovanni, invece, il personale invita a presentarsi il giorno dopo al consultorio “tanto ci sono tre giorni di tempo per prendere il farmaco” rassicurano. Nelle altre strutture, comunque, ottenere la pillola non è facile e comunque bisogna sottoporsi a lunghe attese e spesso le notizie date dal personale sanitario sono imprecise.

Solo in tre strutture (Sandro Pertini, Grassi di Ostia e al Policlinico Umberto I) vengono fornite spiegazioni esaurienti. “Il farmaco deve essere assunto tempestivamente. Ma negli ospedali non viene detto oltre ad essere posticipata la somministrazione a volte per ragioni burocratiche. Entro 12-24 ore dal rapporto sessuale la pillola riduce la possibilità di rimanere incinta fino al 90-95% – incalza Iervolino – Successivamente l’efficacia si riduce e se assunta tra le 48-72 ore il rischio di una gravidanza è maggiore di 6-8 volte”.

(10 settembre 2008)

La riforma nascosta della giustizia in quel patto tacito Ghedini-Violante

Violante ha svenduto i suoi ex-colleghi magistrati, tanto ormai lui appartiene alla casta.


È L’UOVO di Colombo. Che cos’è un pubblico ministero senza polizia giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera che cammina. E allora se, nella scelta e nell’avvio dell’esercizio dell’azione penale, si toglie all’accusa la collaborazione della polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle indagini), il gioco è fatto.

Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.

La “riforma della giustizia” (o meglio lo scontro ideologico tra politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto, rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L’abolizione di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale consente alla politica di ottenere, senza “guerre di religione”, quel che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il controllo dell’azione penale e l’attenuazione dei poteri del pubblico ministero a vantaggio dell’esecutivo.

Come si sa, la riforma ha un’agenda autunnale già annunciata dal ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm, l’obbligatorietà dell’azione penale, la separazione delle carriere. E’ un’agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche dall’opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini – le vere “teste d’uovo” protagoniste di questo minimalismo al tempo stesso riformista e rivoluzionario – è sufficiente già il riordino del processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato. L’accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta soltanto unire i punti per vederne il disegno.

Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale). Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante ragiona a lungo (in apparenza c’entra come il cavolo a merenda) sulla “confusione tra attività di polizia e attività del pm”. Per concludere: “Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall’altra, ciascuno con proprie attribuzioni”. E’ una stravaganza il richiamo alla Carta. Come se le “attribuzioni” delle polizie fossero prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all’articolo 109 recita: “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.

A stretto giro (3 settembre, il Giornale), risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il Guardasigilli, scorge il varco. Dice: “Sono d’accordo sulla necessità di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più autonomo da quello del pm. L’accordo si può trovare in tempi brevi”. Si può immaginare che l’avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell’obbligarietà dell’azione penale (“La manterrei”). Ghedini sa che, liberata la polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena occuparsi dell’obbligatorietà dell’azione penale che sarebbe già fritta. Vediamo perché.

Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) “il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa”. Se si cancellano le parole in corsivo la norma diventa: “La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa”. Il pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal potere politico e “soggetto soltanto alla legge”, mentre il poliziotto è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e alle scelte politiche del governo. Una seconda “correzione” accentua la discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.

Articolo 347 del codice di procedura di penale: “Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero”. Se cade il corsivo (“Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico ministero”) l’intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze dell’ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.

Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per “aggiustare” le indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari dello Stato dalle gerarchie e dai governi).

Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice, giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere, attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal pubblico ministero risolve all’origine molte questioni cui la politica non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L’obbligatorietà dell’azione penale sarebbe sterilizzata.

Oggi nella disponibilità delle procure, l’inizio dell’azione penale viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro chi esercitare l’azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure. L’indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il pubblico ministero in “avvocato della polizia”.

Un “avvocato” che mette le sue competenze tecniche al servizio di un’accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l’influenza e le connessioni di Violante nell’opposizione e nelle istituzioni) e peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni costo. Forse, l’avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra – come l’uovo di Colombo – è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.

(10 settembre 2008)

Ginevra, è il giorno del Big Bang-innaugurazione dell’ Lhc

GINEVRA – È stato costruito per trovare la “particella di Dio”, servirà a studiare l’origine dell’universo ma alcuni temono che scatenerà la fine del mondo. Al Cern di Ginevra dopo 15 anni di lavori sta per illuminarsi il più grande e ambizioso strumento scientifico del mondo. L’ora X dell’accensione è prevista oggi per le nove e mezza. “Finora abbiamo guardato per terra. Ora potremmo iniziare a guardare verso il cielo” sorride Guido Tonelli, fisico delle alte energie, in una vigilia che intanto sa di tramezzini e caffè in bicchieri di plastica.

E mentre qualcuno teme che il mondo finisca oggi inghiottito da un buco nero, per i 3mila scienziati di 30 paesi che qui stanno fissi di fronte agli schermi un universo sta per aprirsi, fatto di particelle dai nomi esoterici come quark, pioni, gluoni e muoni. Più la grande star della compagnia, che a partire da oggi potrebbe decidere di presentarsi in qualunque momento. Si chiama “bosone di Higgs” ed è stato soprannominato la “particella di Dio” perché tutti ci credono, molti la studiano, probabilmente si trova ovunque attorno a noi anche se nessuno l’ha vista.

Per arrivare alla particella di Dio si è scesi 100 metri sottoterra e si è scavato un tunnel che è un cerchio perfetto lungo 27 chilometri. Nel tunnel verrà lanciato un fascio di protoni che correrà a una velocità che è il 99,9999991% della velocità della luce. Nel gigantesco “autoscontro” fra i protoni si scateneranno energie che normalmente si registrano solo nello spazio. Sottoterra la materia disgregata per un istante tornerà allo stato che aveva alcuni miliardesimi di secondo dopo il big bang.

Sconvolgente e misterioso, il tunnel chiamato “Lhc” ha già suscitato la paura di un’apocalisse sotto forma di un buco nero che inghiottirà il mondo. “Non ci sarà nessun’Apocalisse. Ma se mi sbaglio, venitemi pure a cercare” scherza John Ellis, barba e capelli lunghi e bianchi. Ma anche chi dei fisici non si fida troppo, ha buoni motivi per dormire sonni tranquilli. Oggi infatti il tunnel verrà inaugurato solo con un esperimento preliminare. Nella “ciambella” verrà lanciato il primo fascio di protoni. Farà qualche giro di pista in un senso e poi nell’altro, verificherà che i magneti in grado di spingere le particelle a compiere il percorso 11mila volte in un secondo siano ben allineati e in piena efficienza.

Poi un brindisi chiuderà la giornata della più grande concentrazione di scienziati del mondo (c’è chi calcola che da Ginevra nei prossimi mesi passerà la metà dei fisici teorici e delle particelle del mondo). Mentre i rivali americani del “Fermilab” di Chicago seguiranno l’esperimento con un pigiama party.

I primi scontri fra protoni avverranno le prossime settimane e per vedere la macchina funzionare a pieno regime bisognerà aspettare il 2009. Mentre il fisico Stephen Hawking ha scommesso 100 dollari che il bosone di Higgs non verrà mai trovato, oggi la paura degli “uomini delle particelle” è piuttosto che si ripeta l’inconveniente di Lep (il nonno di Lhc), inaugurato nel 1989. Una lattina di birra lasciata nel tunnel rovinò il giro di prova del fascio di protoni. E a chi chiede quali sono le finalità pratiche di una cattedrale della scienza di queste dimensioni, costata 6 miliardi di euro, la maggior parte dei fisici risponde che proprio al Cern alla fine degli anni ‘80 per gestire la gran mole di dati degli esperimenti fu inventato il world wide web.

Manganelli per difendere gli interessi americani

LA SVOLTA AUTORITARI DI QUESTO GOVERO PIDUISTA E MAFIOSO E’ SEMPRE PIU’ ALLARMANTE, AI LIMITI DEL FASCISMO

7 Settembre 2008 – 20 feriti e 6 fermati: è il bilancio della manifestazione pacifica che doveva concludersi con la costruzione di una torretta di osservazione all’esterno del Dal Molin. Si è conclusa, invece, con le cariche della polizia, che hanno preso a pretesto un pò di cemento a presa rapida per picchiare, alzare per i capelli, insultare donne e uomini che si esano pacificamente seduti per terra. Tutto è testimoniato nel video che abbiamo prodotto e reso pubblico.
(Articoli e video sono visionabili all’indirizzo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_223.html)
La manifestazione del 13 settembre assume un valore ancora più importante; non solo per realizzare il pacifico sopralluogo collettivo e assicurarci che i lavori non siano iniziati, ma anche per rispondere a chi ha deciso di chiudere la questione vicentina con la violenza e la repressione.

L’8 settembre, apre all’interno del Festival No Dal Molin il campeggio nazionale. Info all’indirizzo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_207.html.
L’appello “siamo tutti vicentini” è disponibile all’indirizzo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_215.html, mentre il programma del Festival su http://festival.nodalmolin.it
Sono arrivati i violenti: hanno anche i caschi, blu
Un sit in pacifico, con donne e uomini, giovani e anziani, sgomberato a manganellate: calci, pugni, le donne alzate da terra per i capelli. Un poliziotto che infila le mani nelle tasche di un manifestante sdraiato, gli sfila le chiavi dell’auto e se le infila nel taschino della giubba. Manganellate sulla siepe di recinzione della proprietà privata all’interno della quale si rifugiano i manifestanti, nel tentativo di colpire qualche altra testa, dopo aver fatto già una ventina di feriti.

Il pretesto a tutto ciò è un po’ di cemento a presa rapida per rinforzare e rendere sicura la base della torretta che lo stesso Questore aveva concordato verbalmente; Giovanni Sarlo, infatti, nell’incontro con alcuni presidianti precedente alla manifestazione aveva assicurato moderazione: non mi piacerebbe picchiare una signora di sessant’anni, aveva detto, garantendo poi che la torretta poteva essere realizzata, ma dall’altra parte della strada. Ma il Questore non è un uomo di parola (qualcuno potrebbe dire che non è un uomo d’onore) e le signore di sessant’anni le ha fatte picchiare e tirare per i capelli. E, del resto, nell’incontro aveva anche precisato che a Vicenza è stato mandato per un motivo ben preciso. E, difatti, a Vicenza è stato mandato per fare quello che gli riesce meglio: il violento che, con l’uso della forza, reprime la democrazia.

Quella di ieri è stata una trappola, ben studiata e costruita con l’inganno; prima un’inspiegabile blocco del corteo, quando la Questura non aveva emesso alcuna prescrizione al percorso richiesto dal Presidio Permanente. Poi, dopo mezzora di calma apparente, l’improvvisa decisione di sgomberare il sit in per demolire la erigenda torretta. I poliziotti, con i quali fino a pochi minuti prima anziani e donne chiacchieravano, cambiano improvvisamente volto; «ti ammazzo, sporco pacifista», scandisce uno rivolto ad un anziato. La prima fila di manifestanti seduti viene presa a calci; anfibiate sugli stinchi, poi direttamente sulle pance o sui volti. In sei vengono portati via di peso, uno dei quali, dopo essere stato scaricato a terra senza troppi complimenti, viene preso a calci da cinque agenti. Finiranno tutti e sei in Pronto Soccorso con traumi alla schiena, al collo, alla testa. La seconda carica, altrettanto violenta, un’ora dopo; questa volta, ad essere feriti, una quindicina di persone che dovranno ricorrere alle cure ospedaliere.

I video realizzati dagli operatori del movimento e dalla stampa raccontano una storia chiara ed inequivocabile; un’aggressione a freddo contro cittadini inermi, voluta esplicitamente dalla Questura vicentina per cambiare la storia della città di Vicenza. «Qualcuno, a tutti i livelli, vuol sabotare la consultazione popolare», ha dichiarato nel pomeriggio il Sindaco Variati; ed è evidente che tra i sabotatori c’è Giovanni Sarlo il quale, d’accordo col Ministro degli Interni, ha disatteso gli accordi pattuiti e fatto picchiare i manifestanti. La dignità di Vicenza calpestata dagli scarponi chiodati non solo dell’esercito statunitense, ma anche della polizia italiana, brutale come mai si era vista nella città berica.

Cambia tutto, dunque. Perché è chiaro che, d’ora in poi, ogni occasione sarà utile al Questore per inscenare una nuova aggressione. Vuole instaurare un clima di paura in città, far sapere alle donne e agli uomini di Vicenza che, se si opporranno alla realizzazione della nuova base statunitense, saranno picchiati, fermati, tenuti per ore in Questura. E’ il regime dell’imposizione, del resto, che già abbiamo visto all’opera in Val di Susa e a Chiaiano.

Hanno caricato perché vogliono aprire i cantieri; e la realizzazione della torretta avrebbe compromesso il segreto con il quale vogliono far entrare nel Dal Molin le attrezzature e i macchinari necessari. Hanno caricato perché vogliono chiudere la partita con la città berica, calpestando la consultazione popolare ed imponendo una soluzione di forza. Hanno caricato, ma non ci hanno scoraggiato: noi vogliamo impedire la costruzione della nuova installazione militare statunitense. Per questo, sabato 13 settembre, daremo vita ad una nuova manifestazione contro la nuova base statunitense all Dal Molin. Obiettivo, un sopralluogo collettivo per assicurarci che i lavori non siano iniziati.
Altre info su http://www.nodalmolin.it

AGGIUNGETECI LA RICHIESTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI NON FARE UN REFERENDUM SULLA BASE USA, E LE PRESSIONI SUBITE DALLO STESSO QUESTORE DA PARTE DI QUEST’ULTIMO. AGGIUNGETE CHE IL PROGRAMMA DELLA P2 (DI CUI BERLUSCONI E’ L’ATTUALE CAPO) PREVEDE UNA SVOLTA AUTORITARISTICA DELLO STATO e le conseguenzedescritte sopra sono ovvie.

Io credo che ” la ragion di stato”  abbia motivo d’essere, ma nel rispetto dei diritti civili e nel pieno dialogo con tutte le parti. Le violenze dell’altro giorno sono barbare e fasciste.

E.

la schedatura di massa in Francia con Edvige

Si chiama Edvige: dietro un nome così suadente, si nasconde una schedatura di massa dai contorni ben poco attraenti, cioè la possibilità offerta alla polizia francese di catalogare migliaia di persone, a partire da tredici anni, e di riunire in un solo schedario informatico numerosi dati personali che le riguardano. Edvige: sfruttamento (exploitation) documentario e valorizzazione dell’informazione generale. Qualcosa cui George Orwell, nel suo 1984, non aveva pensato. Anche se in questo campo la Francia non è mai stata particolarmente all’avanguardia, pochi elementi bastano a dare qualche brivido.

Autorizzato dal 1° luglio scorso, Edvige può riunire “dati a carattere personale” riguardanti tutte le persone a partire da tredici anni. Potranno essere inseriti nello schedario informatico lo stato civile, l’indirizzo di casa, la targa automobilistica, i numeri di telefono, l’indirizzo mail e “i segni fisici particolari e obiettivi, fotografie e comportamento, informazioni fiscali e patrimoniali, dati relativi all’ambiente della persona, in particolare di chi intrattiene o ha intrattenuto con lei relazioni dirette e non fortuite”.

Immediata e comprensibile la reazione negativa delle associazioni per i diritti civili : leggendo queste disposizioni, sembra evidente che un nero, un maghrebino, un rom, un omosessuale, un travestito verranno subito segnalati in quanto tali. Secondo il decreto che ha autorizzato Edvige, lo schedario riguarderà “gli individui, gruppi, organizzazioni e società che, a causa della loro attività, individuale o collettiva, sono suscettibili di minacciare l’ordine pubblico”. Non solo : nello schedario saranno raggruppate le informazioni riguardanti chi “ha sollecitato, esercitato o esercita un mandato politico, sindacale o economico” oppure che svolgono “un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo”. Parlare di schedatura politica non è fuori luogo.

Eppure, non è una novità e su questo si appoggia il governo. Fino al 30 giugno scorso, in Francia esistevano i Renseignements Généraux, organo di polizia il cui compito era quello di informare il governo e i prefetti su tutto quel che avveniva sul terreno politico, sociale ed economico. Con la riforma, i Renseignements sono stati inseriti in una nuova struttura, che sfrutterà lo schedario Edvige. L’esistenza stessa di una schedatura di questo tipo, anche se più artigianale com’era in passato, sorprende, ma è tipicamente francese. Un esempio molto concreto : tutti i corrispondenti della stampa estera (compreso naturalmente chi scrive queste righe) hanno un dossier a loro nome ai Renseignements Généraux e il ministero degli Esteri accredita i giornalisti stranieri soltanto dopo aver ottenuto il via libera dei poliziotti.

Il governo risponde alle critiche basandosi proprio sull’esistente : Edvige non fa altro che raccogliere l’eredità di uno schedario creato nel 1991 (cioè all’epoca di Mitterrand) e offre maggiori garanzie di controllo. Ciò non toglie che faccia comunque impressione : il centrista François Bayrou e numerose associazioni hanno presentato ricorsi al Consiglio di Stato, che si pronuncerà in dicembre. Il ministro della Difesa, Hervé Morin, e la presidente della Confindustria transalpina, Laurence Parisot, hanno criticato l’iniziativa e chiesto chiarimenti. Il leader di uno dei principali sindacati, François Chérèque, è stato il più chiaro di tutti : “Non è perché esisteva già una schedatura vergognosa che la si deve ufficializzare. Questo schedario non deve esistere in un paese democratico”.

A poco servono le assicurazioni date ieri da un portavoce del ministero dell’Interno : nessuno sarà indicato come omosessuale, ma sarà segnalata l’eventuale presidenza di un’associazione di lotta contro l’omofobia. Il che, sostanzialmente, non cambia le cose. Unico salvagente : Edvige non potrà essere interconnesso con nessun altro schedario informatico.

(8 settembre 2008)

Google Chrome, il super browser leggero, semplice, velocissimo

Già disponibile online da scaricare e installare sul proprio computer, ma solo (per adesso) per utenti Windows. Gli utenti Mac e GNU/Linux dovranno aspettare un mese circa. Prime impressioni: velocissimo, capace di aprire più pagine senza risentirne in termini di prestazioni. E semplicissimo.
Annunciato ieri sul blog aziendale, accompagnato da 38 pagine disegnate dal fumettista Scott McCloud che ne descrivono intenti e specifiche tecniche, la notizia che il numero uno, il gioiello di Mountain View, scendeva in campo con un proprio browser ha letteralmente invaso il Web.

Ventiquattr’ore separavano l’annuncio dall’arrivo online dell’applicazione. Tutti in attesa di poterla testare, di vedere con le proprie mani l’ultima, definitiva mossa di BigG per consolidare il proprio dominio fra le dotcom.

Ed eccolo: “Shipping today” direbbe qualcuno, pronto da scaricare all’indirizzo www.google.com/chrome. Google Chrome lancia così l’ennesima sfida al nuovo Internet Explorer 8, rilasciato in versione beta pochi giorni fa da Microsoft (che conta il 73,8% di preferenze fra gli utenti con in suoi browser); all’eterno, ma valoroso pretendente al trono, Firefox (18,4%), nato dalle ceneri di Netscape; al rinnovato e veloce Safari di casa Apple (6%), allo scandinavo Opera (1%), che nulla ha da invidiare ai suoi contendenti.

E lo fa in puro stile Google: tagliando i ponti con il passato, utilizzando le ultime tecnologie a disposizione come WebKit, il motore dell’applicazione, già sfruttato da BigG per il browser del sistema cellulari Android, o Google Gears per facilitare la scrittura da parte degli sviluppatori di applicazioni e plugin; fino a riscrivere da zero applicazioni per l’occasione come nel caso della macchina virtuale javascript denominata V8. Il tutto all’insegna del Web 2.0, completamente open source, e – garantiscono a Mountain View – con un occhio aperto alla privacy dell’utente e l’altro alla velocità e stabilità del browser.

Veloce, sia nell’installazione che, soprattutto, nella navigazione, il nuovo browser di Google colpisce per la sua leggerezza, semplicità grafica e stabilità. Sandbox, ovvero l’opzione con cui è possibile leggere alcuni suggerimenti mentre si scrive l’indirizzo web assomiglia a quanto già offre Firefox, migliorato semmai e ampliata la gamma di scelte. Mentre da un altro concorrente, Opera, Chrome mutua e adatta la pagina “I più visitati”, una schermata preimpostata che si apre al momento dell’avvio del programma, in cui il nuovo browser offre l’immagine e il link alle ultime pagine web consultate dall’utente.

Ma come si comporta BigG per tutelare la privacy dell’utente? Chrome permette non solo di cancellare la cronologia (possibile anche con altri browser), ma di navigare senza raccogliere dati inerenti quanto stiamo consultando: si chiama “Incognito” e garantisce che le pagine visitate non compariranno nella cronologia web. Nota dolente: non è proprio immediato capire come attivare questa funzione. Ma non solo. Come altri browser, la nuova creatura di Mountain View avvisa il navigatore se il sito che si sta guardando è stato inserito in qualche lista nera, e quindi potrebbe nascondere una truffa.

Vediamo nel dettaglio: la velocità del nuovo prodotto di Google è notevole, ma per essere tale non lesina certo sulle risorse del computer. Senza però esagerare. D’altra parte in occasione della presentazione di Chrome, è stato ribadito più volte che il consumo non sarebbe stato ridotto in modo significativo rispetto i concorrenti. Un semplice esperimento lo dimostra. Testando infatti i tre browser principali – Ie7, Firefox e Chrome – con lo stesso numero di pagine aperte, quest’ultimo richiede più risorse. Per verificarlo è sufficiente aprire il proprio task manager e controllare. Nel nostro caso, più per curiosità che per precisione, ecco il risultato: Ie7, Chrome 86368 KB, Firefox 77224 KB, e Ie7 71620.

Detto ciò, Chrome è un prodotto radicalmente diverso dagli altri browser. Flessibile, scalabile, promette grandi cose. Concettualmente simile al sistema operativo Unix, dove ogni processo, ogni azione, viene separata e isolata per evitare che un singolo incidente possa causare il crash dell’intera applicazione e la conseguente perdita di dati.

Ma siamo ai blocchi di partenza. La versione di Chrome è rigorosamente beta. Come vuole la tradizione, soprattutto quella che fa capo a Larry Page e Sergey Brin, fondatori del motore di ricerca più conosciuto al mondo. I quali non hanno dimenticato, né possono dimenticare il grande merito che ha la comunità open source nello sviluppo dei software. Una sensibilità che si può notare anche nei piccoli dettagli. Basta cliccare sul menu e consultare il pannello delle opzioni di Chrome per leggere, terza tab a destra, un’inusuale descrizione del contenuto: “Roba da smanettoni”. Ancora. In occasione dell’uscita di Chrome è stato messo online anche un nuovo sito www.chromium.org, dove chi vuole, oltre a raccogliere ulteriori informazioni sul nuovo prodotto, può partecipare allo sviluppo del software.

(2 settembre 2008)

Moca 2008 – Pescara

Voglio segnalare un evento epocale: ogni quattro anni si svolge il moca, una sorata di raduno di ackers, con tende e campeggio nel tentativo di condividere informazioni e tecniche in quel di Pescara.

Ci saranno tutorial, seminari e workshop.

Date un’occhiata al programa, sono sicuro vi stuzzicherà

http://camp.olografix.org/home.php?goto=1&lng=

E.

LA vegogna P2 e Berlusconi

http://gigionetworking.wordpress.com/dalla-p2-a-forza-italia-la-vergogna-berlusconi/

In Italia il ciclotaxi non piace l’ultimo no arriva da Milano

A MANHATTAN sono 500. All’Expo 2005 di Aichi erano il biglietto da visita del Giappone. Girano in tutta la Germania. Si trovano a Beirut, Atene, Londra, Zurigo, Praga, Varsavia, Copenaghen, Bruxelles, Bordeaux. In Italia niente: i taxi a pedali, i risciò a tecnologia avanzata che si guidano con poca fatica seminando le macchine bloccate nella melassa quotidiana, non riescono a decollare.

L’ultimo no è arrivato dal Comune di Milano in curiosa coincidenza con l’avvio dell’ecopass, un tentativo di road pricing che parte al ribasso: obiettivi poco ambiziosi (la riduzione a cui si punta è parecchie volte inferiore a quella realizzata con successo a Londra), procedure farraginose, polemiche vivaci. I dieci ciclotaxi che erano sulla rampa di lancio non avrebbero certo cambiato il contesto generale. Ma sarebbero stati un segnale: la disponibilità a cambiare, ad adeguarsi, a utilizzare le regole del mercato senza farsi tirare per la giacchetta da lobby piccole e grandi.

Invece, come si legge nella missiva comunale, “dopo approfonditi riscontri normativi e tecnici condotti unitariamente al settore Attuazione, Mobilità, Trasporti, Ufficio Autopubbliche, si è giunti alla determinazione che il velocipide in oggetto, disciplinato dall’art. 50 del Codice della strada, non può essere utilizzato alla stregua di un taxi”. Per lo meno si può dire che il linguaggio, dal punto di vista dello spirito del tempo, va d’accordo con i contenuti.

Un moderno risciò costa da 7 a 8 mila euro e permette di muoversi nel raggio di qualche chilometro a costi contenuti (5 euro per un quarto d’ora). Gianluigi Barone, l’imprenditore che li fa circolare utilizzandoli per ora solo come spazio pubblicitario, ha deciso di non arrendersi e tornerà alla carica. Resta il fatto che le città italiane sono prigioniere di una quantità di macchine anomala perfino per la motorizzatissima Europa. E di un sistema di valori che permette di violare impunemente le leggi a difesa della salute dei cittadini accettando la continua violazione dei livelli di polveri sottili (cancerogene) nell’aria.

L’Italia perde la via dei satelliti fuori da un mercato di 8,5 miliardi

Una domanda: ma le piccole e medie aziende italiane, non ne hanno le palle piene di sottostare al sistema bancario-politico-confindustriale di questo paese?

Ecco l’ennesima disfatta!

Satelliti? Non è affar nostro. Dopo la chimica e la siderurgia che videro l’Italia in prima linea nell’innovazione e qualche decennio dopo in prima linea nello smantellamento a favore di capitali e aziende straniere, anche lo spazio ci riserva brutte sorprese. Se si scruta attentamente il cielo la bandiera tricolore è scomparsa: delle 34 compagnie private che gestiscono 261 satelliti commerciali, nemmeno una è a capitale italiano. Attenzione, non parliamo dei satelliti militari e di quelli adatti alla protezione civile che la nostra Agenzia spaziale manda in orbita: apparecchi che volano a 400 chilometri di altezza e servono a fotografare terremoti e a tenere sotto controllo gli tsunami. In questo campo ci salviamo.

Ma dal mega business dei satelliti geostazionari che orbitano tra la terra e la luna a 36 mila chilometri di altezza, che sono in grado di trasferire miliardi i segnali televisivi e che si stanno attrezzando anche per trasmettere dati Internet, siamo fuori. Un mercato che cresce in modo esponenziale, che già presenta un giro d’affari di 8,5 miliardi di dollari e che interessa 75 milioni di consumatori.

Qui i grandi sono grandi sul serio: la maggiore compagnia del mondo, americana in origine, la Ses Global oggi è controllata da una finanziaria a capitale lussemburghese, spagnolo e belga: ha nel cielo 30 satelliti e fa ricavi per 1 miliardo e mezzo di dollari l’anno. Gli americani si sono tenuti la Intelstat, la seconda al mondo con 28 satelliti in orbita e un fatturato di oltre un miliardo di dollari.

Sono big, non c’è che dire. Tuttavia se si scorre la lista del cielo ci si accorge che al satellite non ha rinunciato nessuno, anche i paesi minori. Motivi strategici o altro. Così la società turca, Turksat, ha due satelliti geostazionari in orbita, la Spagna ha la sua Hispasat con sei satelliti, la Svezia, la Norvegia, l’Olanda e l’Egitto non sono da meno. Senza contare arabi, cinesi e brasiliani. Tutti hanno il proprio satellite.

E l’Italia? Un po’ come accade per il Moplen di Giulio Natta, gli esordi del nucleare e i prototipi dei computer, anche con il satellite fummo i primi in Europa: era il 1964 e il gruppo creato all’Università di Roma da Luigi Broglio sparò nello spazio il San Marco 1, prima c’erano riusciti solo russi e americani. Ma poi le cose andarono diversamente: la Stet, attraverso Telespazio, insieme ad altri gruppi europei, costituì Eutelsat, che oggi è diventato il terzo gigante dei geostazionari al mondo con un fatturato di circa 900 milioni di dollari e con 24 satelliti in orbita. Ma quando la Stet fu trasformata in Telecom e passò nelle mani di Tronchetti Provera la storia dei satelliti italiani arrivò al capolinea: nel 2001 il 20,4 per cento di Eutelsat – attualmente di proprietà franco-iberica – fu venduto alla Lehman Brother. Ed oggi nessun capitale italiano sta nel business di “quota 36 mila”.

Occasioni perse? Nei bar ci si lamenta che le Olimpiadi di Pechino, si potranno vedere in alta definizione (tecnologia permessa solo dal satellite) solo un paio di ore al giorno in Rai in alcune determinate zone oppure, a pagamento, su Sky. Sarebbe andata diversamente se avessimo avuto un nostro satellite? Difficile dirlo, ma su questo punto i tecnici preferiscono sfumare. Quello che è certo che anche il business del momento, l’Internet satellitare (una piccola parabola, un computer e un modem per connettersi anche dalla cima di una montagna) sta sfumando sotto i nostri occhi a tutto vantaggio delle grandi holding internazionali. Un peccato, perché si tratta di un settore assai promettente, come confermano i dati di Euroconsult, che prevede una crescita esponenziale di satelliti per la banda larga: da qui al 2011 raddoppieranno. Ma l’occasione per un satellite italiano a 36 mila metri forse non tornerà più.

(30 luglio 2008)