Class action

A quanto pare, quando uno strumento è efficace e da potere al popolo, fa mooooolta paura ai potenti…e subito lo bloccano;
Scajola:”Una legge da rivedere” La class action come Dorando Petri rischia di cadere a un passo dal traguardo. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha chiesto infatti un rinvio dell’entrata in vigore della legge sulle cause collettive di risarcimento (in teoria prevista per il 29 giugno) “che così com’è fatta non va bene”. E il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola ha aperto subito uno spiraglio al nuovo vertice di viale dell’Astronomia (protagonista di ampie aperture al governo di centro-destra) ammettendo che “la norma è per certi aspetti impraticabile e bisogna dunque rivederne alcuni aspetti a tutela del consumatore perché non ci sia una risposta beffarda per chi vuole riconosciuti i propri diritti”. Una difesa d’ufficio respinta da tutte le associazioni dei consumatori che ieri sono subito scese sul piede di guerra contro l’ipotesi di un posticipo.

Lo spettro di un primo depotenziamento della class action è arrivato in singolare coincidenza con il deposito presso il tribunale di Milano della prima causa civile di questo genere, avviata da Deminor e Altroconsumo contro le banche e revisori coinvolti nel crac della Parmalat. La richiesta di danni per Collecchio - cui sarà possibile associarsi fino a fine luglio - sarà presentata per conto di 4mila tra investitori istituzionali e piccoli risparmiatori al tribunale di Milano contro Deloitte Touche, Grant Thorton, Citibank, Bank of America, Nextra (oggi Eurizon), Morgan Stanley e Deutsche Bank.

Al di là dei titoli ottenuti dagli ex-obbligazionisti nell’ambito del concordato, gli ex-soci di Collecchio hanno ottenuto per ora nei tribunali dove si sono costituiti parti civili un risarcimento come danno morale pari a circa il 6% dei loro investimenti grazie all’accordo con Deloitte. E dopo la decisione dei giudici Usa di escluderli dalle class action americane l’unica strada per rivedere un po’ dei propri soldi (per chi non lo ha già chiesti nei processi in corso) è quello della class action tricolore.

Parmalat intanto ha ripreso ieri a volare in Borsa grazie all’effetto-risarcimenti. I titoli di Collecchio - spinti dai 356 milioni arrivati in cassa grazie alle transazioni con Ubs e Credit Suisse - hanno guadagnato ieri l’8,4%, rialzo che ridimensiona a -39% il calo da inizio anno. Enrico Bondi finora ha chiuso transazioni per quasi 1,6 miliardi e non sembra intenzionato a rimanere seduto per troppo tempo su questo “tesoretto” (in cassa ci sono quasi 1,5 miliardi) di liquidità. Collecchio ha da tempo allo studio diverse ipotesi d’acquisizione e la chiusura delle cause svizzere potrebbe consentire ora di accelerare i tempi. Anche per prevenire le mosse dei fondi, che malgrado il flop dell’ultima assemblea potrebbero tornare all’attacco per chiedere un dividendo straordinario, e gli appetiti di potenziali scalatori, solleticati dallo scivolone dei mesi scorsi in Borsa.

Ieri, l’amministratore delegato di Parmalat è stato in visita a Roma dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Qualcuno ha ventilato l’ipotesi di un’offerta della cloche di Alitalia al super-risanatore di Montedison e di Collecchio, ma Bondi ha ribadito ieri che il futuro della compagnia di bandiera “non è affar mio”. Possibile, invece, che l’ad abbia voluto fare un punto della situazione proprio sui progetti futuri di Parmalat con un politico (Letta appunto) che sin dai primissimi giorni dopo il crac aveva dato un contributo decisivo a mettere le basi, Legge Marzano in testa, per rendere poi possibile il salvataggio del gruppo.
(17 giugno 200 8)

Al via la norma salva-premier preoccupazione al Quirinale

ROMA - Il Quirinale è preoccupato. Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino altrettanto. Berlusconi lo sa, ma va avanti lo stesso.L’obiettivo è bloccare la sentenza del processo Mills dov’è imputato di corruzione in atti giudiziari. La strategia prevede due tempi: subito (oggi) un emendamento al decreto sicurezza, l’unico contenitore disponibile che gli può garantire la rapidità necessaria, per bloccare tutti i processi che “non destino grave allarme sociale” per i reati commessi fino al 2001 (come il suo). A seguire un disegno di legge per riproporre, con legge ordinaria, il lodo Schifani, inchieste congelate per le più alte cariche dello Stato. Mancino boccia entrambi i progetti. Del secondo dice: “Ci vuole una legge costituzionale”. E delle priorità ai giudici per mandare avanti i dibattimenti per reati gravi e gravissimi: “Non sono mai stato di questo avviso perché scalfisce e attenua l’obbligatorietà dell’azione penale”. Saggi consigli, rischi di conflitto istituzionale, sconvolgimento dei processi in un’intera nazione, rottura con l’opposizione. Ma il Cavaliere mette in gioco tutto pur di evitare un’ipotetica condanna che, a parole, il suo avvocato Niccolò Ghedini continua ad escludere dal novero delle possibilità. E tuttavia, da una settimana, si lavora in modo febbrile per infilare nel decreto sicurezza la norma che proprio Ghedini aveva proposto sin da quando il governo ha cominciato a lavorare sul pacchetto. Un articolo che suona così: “Nella trattazione dei procedimenti penali e nella fissazione delle udienze è data precedenza ai processi con imputati detenuti e a quelli che abbiano messo in pericolo la sicurezza pubblica o che abbiano comportato grave allarme sociale”. Un diktat alle toghe. Simile a quello che il Csm fece negli anni Settanta per i processi di terrorismo. O come la circolare del procuratore Maddalena per i reati indultati. Mandare avanti i reati gravissimi, mafia e terrorismo, e quelli gravi, furti, rapine, violenze di ogni tipo. Tutto per rispondere all’allarme sicurezza, “come vuole la gente” insiste il Cavaliere. Reati commessi fino al 2001 (giusto come il suo), e quindi a rischio prescrizione, ma con la garanzia che la stessa prescrizione sia sospesa per legge. Restano fuori tutti i delitti dei colletti bianchi, e tra questi ovviamente anche la corruzione giudiziaria del presidente Berlusconi. Nelle riunioni per definire il ddl sulle intercettazioni si parla anche di questo. Ne discutono tecnicamente Ghedini, il Guardasigilli Angelino Alfano, il ministro dell’Interno Bobo Maroni, l’aennina Giulia Bongiorno. Berlusconi insiste, vuole subito la sospensione e poi il lodo. Giovedì ne parla a pranzo con Bossi e Maroni. Propone che l’emendamento, assieme a quello sull’esercito, venga licenziato nel consiglio del giorno dopo. Una proposta del ministro della Giustizia, di per sé molto impegnativa. Ma ci si ferma su due perplessità non di poco conto. Una politica, se sia opportuno che proprio il governo faccia un simile passo, destinato a sollevare un vespaio. Una di contenuto: basta solo un’indirizzo di priorità alle toghe che lascia loro la discrezionalità di scegliere quali processi anticipare o è necessario bloccare comunque quelli non urgenti (corruzione e altri, leggi Berlusconi) per un anno? Lega e An sono molto perplessi sulla seconda via. Tutto si ferma. Alfano annuncia solo, a consiglio finito, che presenterà un emendamento per dare “la corsia preferenziale ai processi per gli infortuni sul lavoro”. Stop. Poi un contentino ai giudici, anche i giovani uditori potranno fare i pm e i giudici nelle terre di frontiera. Ieri hanno deciso. Non sarà il governo a presentare l’emendamento, ma un esponente del Pdl. Il nome più accreditato è quello di Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del dl sicurezza. Ma potrebbe prevalere l’idea di affidarsi a un peones che, come avvenne per Melchiorre Cirami quando nel 2002 presentò la legge sul legittimo sospetto, alla fine darebbe il nome all’ennesima norma salva Berlusconi. Che, se gli indirizzi dell’ultim’ora di ieri saranno confermati, dovrebbe contenere sia l’indicazione delle priorità per i processi che la sospensione per un anno. Che potrebbe anche essere reiterata per altri 12 mesi. Berlusconi, del resto, ha poco tempo. Il processo Mills è agli sgoccioli. E l’accelerazione imposta dai giudici della decima sezione del tribunale di Milano lo preoccupa. Venerdì è saltata una trasferta a Lugano perché un testimone della difesa, il banchiere Paolo Del Bue, ha presentato un certificato medico. Ma le udienze che mancano sono poche e, salvo ostacoli, la sentenza potrebbe arrivare prima delle vacanze. La sospensione dei processi serve come il pane. Poi ci sarà tutto il tempo per approvare un nuovo lodo Schifani. (16 giugno 200 8)

Fotovoltaico, maxi-commessa per azienda italiana

Un miliardo di euro per acquistare e sviluppare impianti per la produzione di energia solare nei prossimi cinque anni. È quanto ha ottenuto Enerqos, uno dei primi fornitori in Italia di impianti fotovoltaici, dall’accordo con la merchant bank lussemburghese NextEnergy Capital. Si tratta di uno degli accordi più importanti mai siglati in Europa per lo sviluppo dell’energia solare. Enerqos, società con base a Monza, realizzerà impianti «chiavi in mano» utilizzando le tecnologie più avanzate, tra cui un sistema proprietario, brevettato dall’azienda. I primi impianti, già progettati, saranno realizzati in Italia e in Grecia.

Negli ultimi anni il fotovoltaico sta crescendo a ritmi spediti in Italia e in Europa. Nel nostro Paese siamo passati da 5 megawatt prodotti nel 2005 ai 55 del 2007, secondo dati del Gestore del servizio elettrico. Nel primo trimestre 2008 la produzione è stata di 18 megawatt. L’Italia è prima in Europa per crescita anche se la quota di energia da solare (10%) è ancora bassa, secondo gli addetti ai lavori, in rapporto al potenziale del nostro Paese. L’Unione europea, con la direttiva 77 del 2001, ha posto come obiettivo per gli stati membri una produzione da fonti rinnovabili pari ad almeno il 21% entro il 2010 . Una quota già abbondantemente superata da paesi come la Germania che, solo nel 2007, è arrivata a produrre circa 3834 megawatt da fotovoltaico. Negli ultimi otto anni gli addetti sono passati da 1500 a oltre 30mila. A livello mondiale, nel 2007, il settore ha dato lavoro a 100 mila persone generando un giro di affari di circa 20 miliardi di euro.

Europa 7- Grazie Silvio, ci fa piacere pagare per te!!! vaff…

Grazie Sivlio, quanto ancora ci dovrai far pagare per i tuoi interessi personali ?!?!?!?!?

Perkè i giornali e la televisione non dicono che paghiamo più di 200 mila euri al giorno retroattivi dal 2006 per far tenere la tua rete 4 sulle attuali frequenze, contrariamente a quanto sancito da tutte le sentenze della UE?!?!

Perkè non dici che quei soldi non li paghi tu, ma li pagano gli italiani?!?!?! Vuoi far risparmiare soldi all’ Italia?! Vuoi risananare il debito pubblico? invece di chiedere sacrifici agli italiani, inizia a farli tu!!!!

Perchè non dici che stai indebitamente togliendo lavoro ad un altro imprenditore ed editore che dovrebbe avere legittimemente le frequenza che occupi tu abusivamente?!

VNUnet.it 04-06-2008

Si complica l’affaire Europa 7: la diatriba sull’emittente va sanata, e già è stato fissato l’eventuale maxi risarcimento in 3,5 miliardi di euro.
La sentenza del Consiglio di Stato del 31 maggio ha bocciato il ricorso di Rti (Mediaset). Dopo la Corte di Giustizia Ue, una nuova sentenza dà ragione a Europa 7 e valuta la mancata assegnazione di frequenze in un eventuale risarcimento danni di 3,5 miliardi di euro. La cifra si abbasserebbe a 2,169 miliardi in caso di attribuzione delle frequenze.
Intanto il riassetto televisivo italiano appare come urgente, per tre fattori così riassumibili (a grandi linee): la sentenza della Corte di giustizia europea del 31 gennaio scorso che impone una sorta di “riforma” della Legge Gasparri alla normativa europea e la risoluzione del caso Europa 7, anche perché la procedura di infrazione avviata dalla Commissione contro il nostro Paese verte su 10 norme della Gasparri.
la norma salva Rete4 è per ora saltata, ma il tentativo del governo non è passato inosservato neanche all’estero; la sentenza del Consiglio di Stato permette a Rete 4 di trasmettere, ma Europa 7 ha diritto a un eventuale cospicuo risarcimento.
In questa intricata vicenda, l’unica cosa che appare chiara è l’urgenza di un riassetto Tv che tenga conto dei diritti (Europa 7), delle sentenze e delle richieste di Bruxelles. Certo che, dopo l’emergenza rifiuti a Napoli e quella Alitalia, è l’ennesima urgenza in cui inciampa l’Italia in pochi mesi.

Roma, 23 Maggio- La vicenda Rete 4 - Europa 7 torna d’attualità nell’agenda politica di questa nuova legislatura. In sintesi: La vicenda Europa 7 nasce nel luglio del 1999, quando Europa 7 ottiene dallo Stato italiano la concessione per una rete nazionale.
Il Governo di centrosinistra di allora, però, non le assegna le frequenze per iniziare a trasmettere, ma a Retequattro non dà la concessione. Ciò nonostante, il Ministero delle comunicazioni, sempre nel 1999, permette la prosecuzione delle trasmissioni analogiche da parte delle reti eccedenti (mi riferisco a Retequattro e a Telepiù). Fra ricorsi al Tar e sentenze, la vicenda giudiziairia arriva alla sentenza n. 466 del 2002, con la quale confermò, come già avvenne nel 1994, che nessun privato può possedere più del 20 per cento delle frequenze televisive e le reti eccedenti dovevano cessare la trasmissione in via analogica terrestre, riprendendo così una decisione già assunta nel 1994. La stessa Corte costituzionale, come forse ricorderete, fissò un limite improrogabile entro il 31 dicembre 2003, per il passaggio esclusivo al satellite o cavo, basandosi su una valutazione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che riteneva quella data sufficiente per trasferire tutte le trasmissioni di Retequattro e di Telepiù su mezzi digitali.
Tema caldo quello discusso ieri in Parlamento, inaugurato dalla dichiarazione di ammissibilità da partedi Fini ad un emendamento da inserire nel dibattito parlamentare d’aula, Fini ha voluto precisare che l’emendamento è stato ammesso perché c’è una procedura di infrazione in corso da parte della Commissione europea.
Da subito scontro aperto in seno alla minoranza “ombra” con alcuni interventi al vetriolo. Oggetto degli attacchi la eccessiva fretta che sarebbe stata posta con la motivazione della “urgenza”.L’opposizione chiede che l’emendamento venga ritirato, “aver vinto le elezioni non vuol dire fare ciò che si vuole’, dice il capogruppo del Pd, Antonello Soro da fonti di agenzia. “Noi siamo fortemente contrari - aggiunge - e troviamo irragionevole che, nel primo provvedimento all’esame della Camera, venga infilata di soppiatto una norma che serve a salvare una rete Mediaset contravvenendo alla richiesta dell’Unione europea di regolarizzare le frequenze”.
Risponde il sottosegretario alle telecomunicazioni Romani: ‘L’intervento normativo del governo intende introdurre risposte piene alla Commissione europea’ e ‘porre rimedio alla procedura di infrazione avviata dall’Unione europea’. Su ciò ha tuonato Idv: “Il presidente del Consiglio si fa una legge a suo uso e consumo’,- tuona l’ex magistrato Antonio di Pietro-che antepone gli interessi delle sue aziende a quelli della collettività che dovrà pagare 350 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal primo gennaio 2006 per vedere Emilio Fede (127 milioni di euro annui, questo il prezzo pagato a Rete 4 dagli italiani)”.
Critico in aula anche l’ex presidente della Rai Zaccaria per il quale “il vero regista di questa operazione risulta il signor Confalonieri “, che dal canto suo preannunica querela dalla pagine di ansa.it.Zaccaria rincara la dose e aggiunge” Stiamo lavorando, quindi, in una maniera frenetica su un testo sul quale nella scorsa legislatura l’opposizione di allora aveva chiesto alla maggioranza di discutere con calma, per poter presentare emendamenti. La Commissione ha lavorato per un anno intero su questo provvedimento che oggi ci si chiede di approvare in un giorno”.Ora non resta che aspettare l’esito dell’iter alla Camera atteso nei prossimi giorni, la battaglia si riapre.

Le scimmie con il senso degli affari L’ha scoperto un’etologa italiana

A SANDOKAN piace un sacco il parmigiano e pur di mangiarne un pezzo è disposto a rinunciare a due porzioni di cereali glassati. Le cose cambiano se le porzioni diventano tre o quattro, a quel punto la golosità prende il posto della gustosità, e infatti Carlotta non ha dubbi: tra una nocciolina e quattro semi di girasole, vada per questi ultimi. Un ragionamento che ci trova tutti d’accordo, intriso com’è del senso degli affari che abbiamo noi esseri umani. Ma Sandokan e Carlotta sono due cebi dai cornetti, o Cebus apella, scimmie delle dimensioni di un gatto diffuse nell’America del Sud e dotate di un cervello piuttosto grande rispetto a quanto atteso in base alle loro dimensioni. Insieme a Robot, Gal e Paprika hanno partecipato a un interessante esperimento durato due anni, dimostrando che anche le scimmie hanno fiuto per le scelte più vantaggiose.

La dottoressa Elsa Addessi, ricercatrice dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr di Roma - Unità di Primatologia Cognitiva, ha scelto loro perché, pur appartenendo a una specie separatasi dall’uomo 35 milioni di anni fa, hanno caratteristiche cognitive estremamente interessanti, come quella di rompere le noci di cocco con incudini e martelli o di usare sassi per scavare alla ricerca di tuberi. Il team di ricerca della dottoressa Addessi è composto dalla coordinatrice del dipartimento Elisabetta Visalberghi, dal ricercatore in neuroscienze Camillo Padoa-Schioppa e dalla studentesse Alessandra Mancini e Lara Crescimbene, rispettivamente di Psicologia e Biologia . “Volevamo studiare la capacità di ragionamento simbolico in una specie evolutivamente distante dall’uomo - spiega la Addessi - Un ragionamento di questo tipo è considerato prerogativa della specie umana, ma questo esperimento dimostra che non è esattamente così”. L’esperimento è stato svolto in modo semplice ma efficace, facendo ricorso a dei token, gettoni che le scimmie di volta in volta davano e ricevevano per ottenere in cambio del cibo.

Il primo passo è stato cercare di capire quali fossero le loro preferenze gastronomiche, e subito sono cominciate le sorprese. Sbagliato credere che le scimmie si nutrano acriticamente di qualunque cosa: il formaggio è il formaggio ed è molto più buono di una ghianda qualsiasi. A seguito di una serie di sperimentazioni, le ricercatrici sono riuscite a classificare i gusti dei cinque cebi. Dopo aver associato la lettera A a quello più goloso, la B a quello considerato passabile e la C all’opzione “ultima spiaggia”, alle varie opzioni sono stati associati dei token. Una fîche verde per il cibo A, una rondella di plastica per il B e un uncino metallico per l’alimento C: una fiche da poker poteva ad esempio essere scambiata per un cereale glassato, una rondella di plastica per un pezzo di parmigiano e un uncino metallico per un seme di girasole. Le scimmie riuscivano sorprendentemente ogni volta ad associare il simbolo al tipo di cibo preferito. “Quando hanno scelto tra i cibi, hanno rivelato preferenze transitive - spiega la ricercatrice - In altre parole, se un cebo preferiva un cereale glassato a un pezzo di parmigiano e un pezzo di parmigiano a un seme di girasole, preferiva anche il cereale glassato al seme di girasole”.

E nessuno dei partecipanti si è scoraggiato di fronte al complicarsi delle regole del gioco. “Li abbiamo messi alla prova con varie combinazioni tra quantità e qualità - spiega la Addessi - Dopo aver imparato che una rotella può essere scambiata per tre noccioline e che un bullone vale una sola nocciolina, la maggior parte dei cebi ha sistematicamente scelto la rotella, ricevendo così tre ricompense invece di due”. E dimostrando un gran fiuto per gli affari. C’è da dire che, come ha ricordato la stessa ricercatrice, l’associazione in presenza dei soli token è risultata molto più complicata per le scimmiette. “In fondo - spiega - non capita forse anche a noi quando invece di usare il denaro usiamo la carta di credito… e purtroppo spendiamo di più?”. I risultati dello studio sono già stati pubblicati su “PLoS ONE” e la notizia è stata ripresa dalle maggiori riviste scientifiche internazionali, tra cui Nature. La dottoressa Addessi ha 34 anni e, pur avendo già lavorato per un periodo negli Usa, alla fine ha deciso di rimanere in Italia. “Scriva pure che sono precaria - conclude - La situazione non è buona, ma io consiglio sempre ai miei colleghi di restare qui e non arrendersi”.

Cosenza, era stata arrestata ma risultava presente al lavoro

COSENZA - Era stata fermata nell’ambito dell’Operazione “Anaconda”, che ha portato in carcere 32 persone legate al clan della ‘ndrangheta capeggiato dal marito; eppure risultava in servizio nell’ufficio delle entrate della città calabrese, dove lavora.

Adele Nappo, 53 anni, moglie del boss Domenico Cicero, lavora nel settore che si occupa delle visure catastali. Ieri, ovviamente, non si è potuta recare al lavoro. Ma il suo tesserino magnetico risulta ugualmente essere stato “strisciato” per l’ingresso in ufficio, alle ore 7,10 per poi essere timbrato in uscita, alle ore 7,40.

I Carabinieri di Cosenza questa mattina hanno sentito il direttore del Catasto, Cristiano Costantini, per chiedere spiegazioni sul fatto. Avrebbero anche acquisito degli atti.

(12 giugno 200 8)

L’economia secondo Obama “Amo il mercato ma difendo i deboli”

SENATORE Barack Obama, la benzina ha superato negli Usa la media nazionale dei quattro dollari al gallone. Allo stato delle cose, è vero che non c’è nulla che una volta eletto presidente lei - o chiunque altro - potrà fare per migliorare la situazione in tempi brevi?
“Quel che e vero è che in questo momento, in considerazione del prezzo globale del petrolio, non è possibile abbassare artificialmente il costo della benzina. Ciò che invece possiamo fare, è dare alle persone un immediato sollievo tramite la legislazione fiscale. Per questo ho proposto di accelerare i tempi per offrire un rimborso che porti centinaia di dollari nelle tasche delle famiglie, in modo da controbilanciare alcuni di questi aumenti durante l’estate e l’autunno. Nel lungo termine però, l’unica cosa che possiamo fare per far fronte al costo della benzina è di cambiare il modo in cui consumiamo petrolio. Questo significa investire in carburanti alternativi, innalzare i parametri di efficienza energetica per le automobili, aiutare l’industria automobilistica a ristrutturarsi internamente”.

L’alto costo del petrolio potrebbe però paradossalmente diventare una cosa positiva, una spinta per passare a energie alternative?
“Abbiamo consumato e consumiamo energia come se le fonti fossero illimitate. Adesso, con la rapida crescita di India e Cina, sappiamo che i nostri bisogni superano di gran lunga le riserve disponibili”.

Una domanda di economia di più ampio respiro: ci troviamo per la prima volta dopo molto tempo di fronte al rischio di una crescita lenta e al tempo stesso di una ripresa dell’inflazione. Di queste, quale considera al momento più rischiosa? E cosa farebbe per scongiurarle?
“Credo che il grande problema che ci troviamo ad affrontare in questo momento sia dovuto al fatto che a causa della crisi dei mutui e della contrazione del mercato finanziario l’economia stia rapidamente rallentando. E questo accade in un momento in cui già risentiamo di altri fattori, in particolare legati al petrolio e alle materie prime. Se riuscissimo a stabilizzare il mercato finanziario, a realizzare le iniziative che ho proposto, che prevedono che sia le persone che hanno un mutuo sia gli istituti di credito scendano a compromesso, permettendo ai primi di mantenere la propria casa, riusciremmo ad aiutare le imprese che hanno progetti validi, che creano prodotti validi e offrono servizi validi a rimettersi in sesto”.

Le tasse saranno un tema importante della campagna elettorale. McCain l’ha già attaccata a questo proposito. Lei ha parlato di tagli fiscali, tra l’altro per gli anziani e per chi ha una casa.
“Non c’è dubbio che ogni programma che attuerò sarà basato sulla situazione economica che erediterò da George Bush. Credo che chi gestisce l’economia dovrebbe basare le proprie decisioni sui fatti, e non sull’ideologia. Per questo, anche se propendo per un certo tipo di politica, dovrò vedere come andranno le cose, e sollecitare molte opinioni diverse… “

Quindi lei può ipotizzare il differimento di alcune di quelle iniziative?
“Qualche iniziativa potrà forse essere differita, ma credo che i principi base necessari per riportare giustizia nell’economia e incoraggiare la crescita economica dal basso restino importanti. Ritengo che il principio generale, ovvero di aumentare le tasse per gli americani che hanno un reddito alto, come me, e venire incontro a chi non ha tratto grande beneficio da questa nuova economia globale, sia valido. Tenga presente che per quanto riguarda tutte queste proposte, io voglio assicurarmi di definire chi sono i “ricchi”, per essere certo di non andare a colpire il ceto medio. In genere io definisco “ricchi” coloro che guadagnano almeno 250.000 dollari l’anno. Questo significa ad esempio che se aumenteremo le tassa sui capital gains io esonererò dal pagarla coloro che di fatto sono solo piccoli investitori, e mi rivolgerò piuttosto a chi negli ultimi venti anni si è molto, molto arricchito”.

Per quanto riguarda il suo approccio generale all’economia, lei ha criticato gli accordi commerciali perché ritiene che non vadano a vantaggio dei lavoratori americani, ha attaccato gli speculatori di Wall Street, critica le grandi aziende. Lei è populista?
“Io sono pro-crescita e pro-libero mercato. Amo il mercato, credo che rappresenti il mezzo migliore mai ideato per distribuire le risorse e produrre enorme ricchezza, per l’America o il mondo. Come ho già detto, credo che il mercato sia ormai sbilanciato. Non è la prima volta: è accaduto spesso, in particolare in epoche di grandi cambiamenti tecnologici ed economici. È accaduto quando siamo passati dalle fattorie alle fabbriche, quando siamo passati dalle fabbriche all’era dell’informazione, e ancora adesso ci stiamo adattando a questo nuovo contesto. C’è chi si è molto arricchito in questa nuova economia globale, c’è stata molto dislocazione. Io ho detto soltanto: facciamo in modo che la nostra economia prenda in considerazione non solo chi guadagna ma anche chi ci rimette”.

Con John McCain lei ha una cosa in comune: nessuna esperienza nel settore privato o nella gestione di grandi organizzazioni. Cosa farà per prepararsi a gestire l’economia Usa, ma anche per convincere gli americani che è all’altezza di quel compito?
“Credo che il compito del presidente sia quello di mettere insieme le persone migliori e formare una squadra che sappia gestire l’economia. La nostra filosofia sarà: come possiamo creare un ambiente che favorisca la crescita economica? Come possiamo creare nuove opportunità, diffondere le innovazioni e assicurarci che la crescita economica parta dal basso e che gli americani comuni possano continuare a vivere il proprio sogno?”

Copyright © 2008 The New York Times Company - traduzione Marzia Porta
(13 giugno 200 8)

Il Canada chiede scusa ai nativi “Risarciremo abusi e violenze”

THOMAS Loutit ha passato otto anni in quella scuola. Otto anni in cui è stato obbligato a cancellare la sua identità culturale e etnica. Otto anni in cui ha subito violenze sessuali. Michael Cachagee aveva 4 anni quando venne strappato alla sua famiglia e portato in una delle tante scuole religiose fondate e sovvenzionate dallo Stato canadese dal 1870 al 1970. Con una sola missione: “cristianizzare e civilizzare” gli indigeni. L’obiettivo, nelle parole di un alto funzionario degli Affari Indiani del 1920, era quello di “distruggere l’indiano finché è bambino”.

Questa sorte in cento anni ha travolto 150 mila piccoli appartenenti ai gruppi etnici aborigeni Inuit, First Nations e Metis. Frammenti di vite spezzate a cui oggi il governo del Canada, per bocca del Primo ministro Stephen Harper, chiederà ufficialmente scusa. Non solo. Per 90 mila di loro, tra cui figurano sopravvissuti e discendenti, riceveranno un risarcimento miliardario, di 2 miliardi di dollari.

Una prima commissione governativa cha ha coinvolto tutte le parti in causa, comprese le comunità e diversi rappresentanti religiosi, ha concluso nel 1996 che il programma ha danneggiato in maniera irreversibile generazioni di aborigeni e ha distrutto la loro cultura. Il primo risultato del gruppo di lavoro è stato quello di fare chiudere i battenti all’ultima di quelle 130 scuole. “Ne abbiamo voluto fare parte - dice un portavoce ecclesiastico - perché volevamo dire la nostra. Non tutti hanno partecipato a quegli abusi”.

Che il vento sia cambiato si intuisce anche dalla dichiarazione del ministro degli Affari Indiani, quello attuale, Chuck Strahl: “E’ un rispettoso e sincero riconoscimento di un’estesa devastazione culturale, che ha compreso traumi fisici, abusi sessuali, e continua a perseguitare quelle generazioni anche oggi”. L’atto ha seguito di pochi mesi quello del governo australiano nei confronti degli Aborigeni. Ma il Canada è andato più in là, e oltre alle scuse ufficiali ha aggiunto un risarcimento economico.

A occuparsi del compenso sarà una commissione creata con parte dei 4,9 miliardi di dollari, cifra più alta della storia del Paese, raggiunta al termine di un accordo tra governo, confessioni religiose e rappresentanti indigeni, al termine di una class action promossa dai nativi. Riceveranno un risarcimento tutti gli studenti delle scuole incriminate, mentre un’ulteriore somma andrà alle vittime di abusi sessuali. A coordinare la commissione sarà Harry LaForme, primo e unico aborigeno a essere nominato giudice di Corte di Appello. LaForme viaggerà attraverso il Paese per ascoltare storie di studenti, insegnanti e testimoni e per educare i canadesi sul “lato oscuro della storia del Paese”.

Stasera il Canada si fermerà. Maxi-schermi sono stati allestiti in molte città per seguire il discorso di riconciliazione del primo ministro. Il Parlamento fermerà tutti i lavori. C’è grossa attesa anche tra le associazioni dei nativi, che oggi sono più di un milione. Alcuni di loro, soprattutto Inuit (quelli che un tempo venivano chiamati eschimesi, termine oggi considerato dispregiativo) e Metis (discendenti di famiglie indiane incrociate con europei), protesteranno perché i risarcimenti vengano allargati alle persone escluse perché le loro scuole non fanno parte della “lista nera”.

Le comunità indigene puntano il dito verso quel programma di colonizzazione, non solo culturale, e lo ritengono alla radice degli alti tassi di suicidi (11 volte superiori tra gli Inuit e i First Nations rispetto agli altri canadesi) e di dipendenze da droghe e alcool che affliggono le loro comunità. Nonostante le minoranze etniche siano trattate relativamente bene in Canada, rimangono la parte più povera e svantaggiata del Paese.

Cachagee ha passato dodici anni e mezzo in quelle scuole, dal 1944. “Sono stato picchiato, messo sotto l’acqua bollente, mi hanno obbligato a mangiare cibo andato a male, mi hanno chiamato in tutti i modi possibili - ricorda - ho sofferto grande rabbia e dolore. “Phil Fontaine, oggi leader della comunità dei First Nations, gruppo etnico discendente da varie tribù indiane, è stato uno dei tanti a subire violenze sessuali e uno dei primi a denunciarle: “Hanno inflitto qualsiasi tipo di abuso su bambini innocenti, ci sono migliaia di queste storie. Questo è un giorno storico, è importante che queste vicende si conoscano”. E forse, dice qualcuno, questo giudizio è più importante per i carnefici che per le vittime.

Le ragioni di una sconfitta di FAUSTO BERTINOTTI

Questo articolo sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista “Alternative per il socialismo”

Premessa
Questa volta indagare le ragioni della sconfitta è un’operazione politica di prima grandezza; un esercizio difficile e doloroso, una necessità inderogabile, il cui esito, unito all’ampiezza e alla qualità della sua condivisione, sarà assai influente sulle stesse sorti dell’impresa per la ricostruzione della sinistra in Italia.

Sono la stessa natura e la profondità della disfatta a rendere la ricerca delle sue cause così impegnativa. Si tratta dunque di un lavoro da cominciare senza pensare di poter essere autosufficienti, e dunque cercando di attivare tutte le relazioni e le collaborazioni possibili a sinistra e nel campo delle diverse discipline, e da proseguire, senza pensare di poterlo chiudere e archiviare rapidamente. Decisiva, come sempre, sarà la capacità di tenere la ricerca in un rapporto concreto, dialogico con le esperienze di lotta e di movimento nel nuovo e difficile campo d’azione che si è venuto configurando dopo la sconfitta e col nuovo assetto istituzionale, politico e sociale del Paese.

Aiuta la possibilità di capire le ragioni della sconfitta l’analisi dei vincitori, l’analisi della destra italiana. E’ già stata chiamata la Nuova destra. Non credo impropriamente; essa ha mostrato una forza propria considerevole, una presa dura e originale con la modernizzazione che investe la società italiana. Nessuno più dei fattori identitari delle diverse destre italiane che avevano caratterizzato la loro storia ormai la definisce più. Non l’eredità del fascismo, non l’assolutizzazione dello stato nazione e neppure il liberismo.

L’ingresso della destra nella modernizzazione, candidandosi ad essere la forza più vocata ad accompagnarla, l’ha deideologizzata, consentendole di recuperare poi scampoli e tracce delle diverse tradizioni della destra e di ricomporle in una politica definita proprio sulle risposte da dare alla crisi sociale e politica e istituzionale provocata dalla stessa modernizzazione. Non fascista, ma in grado di usare elementi di quella cultura e dei suoi depositi nel coltivare l’avversione dura e prepotente ad ogni diversità specie quando l’insicurezza si tramuta in paura e la figura del capro espiatorio riemerge dalle tenebre come lenimento proprio delle paure. Non l’assolutizzazione della patria-nazione, ma un pragmatico e cinico uso del suolo nativo, fino a comprendere persino la piccola patria delle leghe, per esorcizzare lo storico problema delle migrazioni di massa nel mondo globalizzato delle diseguaglianze mortali.

Neppure pienamente liberista così da smarcarsi rispetto al neoliberismo impotente dei suoi ideologi di centro-destra come di centro-sinistra - il partito di Maastricht - e contemporaneamente aderirvi pienamente sul tema cruciale del rapporto lavoro-impresa-mercato fino a configurarsi come il partito dell’impresa (e della Confindustria). Un potente arlecchino che rispecchia la scomposizione della società, il frantumarsi anche delle soggettività forti, un arlecchino che miscela i suoi colori e le sue cento tessere con gli istinti che animano la società civile confezionando un’idea generale di restaurazione che poi rinvia alla società trasformandola in politica, senza che però ne abbia più l’apparenza: una sottile proposta di complicità.

La Nuova destra cambia il registro della politica e la destra smette di essere minoritaria, ruolo a cui l’aveva consegnata la rottura operata dalla Resistenza e il lungo dopoguerra italiano. Neppure i precedenti governi di Berlusconi avevano risolto alla destra questo suo problema storico.

Ma ora l’Italia è davvero entrata in una nuova era politica. Bisognerà tornare su un tema propriamente gobettiano, quale quello dell’autobiografia di una nazione, per riflettere approfonditamente sulle onde lunghe che solcano la storia del nostro paese, sui costi e sulle impronte corrosive lasciate dalle mancate rivoluzioni e dalle maturazioni impedite in tornanti decisivi della sua storia, per capire meglio cosa sia accaduto nello scomporsi e nel formarsi delle coscienze e dei nuovi linguaggi in questa modernizzazione senza modernità che ci ha investito.

Capire a fondo cosa sta prendendo corpo sulla disfatta della sinistra, sulla cocente sconfitta del PD e sulla vittoria della Nuova destra, oltreché essere una bussola per la costruzione dell’opposizione nel paese, è anche assai importante per risalire alla causa di fondo della sconfitta e per affrontarla. Ci sono parole che vanno maneggiate con cura, in politica, perché possono produrre, se si affermassero, quando sbagliate, guai molto seri. Tanto più sono pesanti, tanto più vanno vagliate con particolare attenzione.

Una di queste è la parola regime. Proprio la considerazione della centralità dei movimenti nelle politiche della sinistra, proprio l’esigenza primaria di non sottovalutarne mai la realtà concreta quando si manifestano, né le loro possibilità di affermazione e di crescita, proprio l’esigenza di ricercarne tutti i varchi che si possano aprire nel sistema politico, economico e sociale induce ad una giusta diffidenza nei confronti di questa definizione della realtà che indica una situazione se non impossibile (quando mai ce n’è una?) certo molto chiusa.

Perciò non ci convinse il ricorso al suo uso di fronte al precedente governo Berlusconi, quando, pur in presenza di elementi assai preoccupanti, grandi contraddizioni animavano, più in generale, il quadro del paese. Ben diversa è la condizione attuale. Credo si debba ora azzardare la tesi, in prima approssimazione e sottoponendola a verifica critica, che quello che sta prendendo corpo è un nuovo regime, il regime leggero. Prendendoci una qualche licenza, si può dire che lo connota l’a-privativa; privativa della stessa politica, se intesa in senso forte come, cioè, idea di società. Nessun terreno è escluso dalla privazione, nell’organizzazione della democrazia, della rappresentanza, del governo. Comincia dalla Repubblica.

L’avvio l’ha fornito il discorso di Fini di apertura della legislatura e, più ancora, la fortissima area di consenso con cui è stato salutato quello che si proponeva come il discorso del primo Presidente della Camera della nuova Repubblica, seconda o terza che sia. Con l’arco costituzionale veniva fatto cadere il fondamento della Costituzione repubblicana, la discriminante antifascista, nella sua forza generatrice, almeno come potenzialità aperta, di una nuova nazione, di un altro paese. L’uscio tornava così sui vecchi cardini, ma proprio nel senso contrario a quello allora auspicato da Salvemini.

Ci dovrebbe toccare, d’ora in poi, una Repubblica a-fascista e, dunque, a-antifascista , una Repubblica senza radici e senza storia. Al suo interno, il Parlamento non è più il luogo dello scontro tra governo e opposizione, del confronto rispettoso delle persone ma netto nell’opposizione delle politiche, affinché siano chiare le scelte e leggibili gli interessi che vengono rappresentati. Il Parlamento si presenta ora come luogo non già della rappresentanza, ma della governabilità, e tutto intero si configura come una sorta di governo allargato; solo resta una diversa nuance, ma all’interno della medesima dimensione, quello tra governo reale e governo ombra. Un Parlamento a-politico.

E’ come se sotto gli scranni del Parlamento ci fosse una gigantesca calamita che tira verso il governo, la calamita del mercato. La stessa forza che attrae dentro queste istituzioni, l’altra grande metà della politica, le relazioni sociali. Anche le relazioni sindacali che si stanno ridefinendo (perché con il governo?) vanno in direzione dell’allargamento del governo coinvolgendovi le parti sociali in una concertazione che da eccezione è diventata regola e ora si accinge a farsi sistema, vanificando ogni autonomia del sindacato, sospinto a farsi istituzione tra le istituzioni.

Così la a privativa arriva direttamente al cuore della democrazia, al conflitto. Se negarlo è impossibile, quel che invece è possibile è sospingerlo in una dimensione patologica perché priva della legittimazione sociale e politica garantita solo dal riconoscimento del suo carattere progressivo e di attore della giustizia sociale. Relazioni sindacali e sociali a-conflittuali guidate da parametri esterni alla condizione di lavoro ne costituiscono il suggello. Si consuma così in un “regime leggero” la crisi profonda della rappresentanza democratica che ci costringe a percorrere un impegnativo cammino a ritroso per indagarne i prodromi, le anticipazioni, i processi di passivizzazione, di spoliticizzazione, le distrazioni colpevoli, gli errori della sinistra e i nostri in essa.

E’ infatti nella lunga e strisciante crisi della democrazia, nella progressiva sostituzione della rappresentanza col governo che si è consumata la crisi della sinistra. Così come, al contrario, nel caso italiano, cioè nella straordinaria stagione del cambiamento, l’allargamento della democrazia e la sua apertura alla democrazia conflittuale e partecipata aveva accompagnato l’ascesa della sinistra, così nella crisi della democrazia si consuma la crisi della sinistra e il suo crollo elettorale. E se quella è stata la stagione delle passerelle, dei ponti, delle cerniere che consentivano gli attraversamenti, le contaminazioni arricchenti, l’ingresso dei prima esclusi, questa che si vuol aprire oggi è la stagione del fortino: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Dentro il sistema, dentro il governo allargato; fuori dal governo allargato, fuori dalla rappresentanza. La questione della sinistra nella politica, della sua disfatta come della sua possibile ricostruzione, si fa, forse, più chiara anche se non di più facile soluzione. In ogni caso è evidente che si tratta di un destino che condivide, di fatto, con le forze sociali e culturali che nella società si trovano ad affrontare il tema del loro riconoscimento, dell’inclusione. Per loro, in primo luogo, vale oggi il dentro o fuori.

Bisognerà ricordare che la diffusione anche delle più orribili tendenze xenofobe e di discriminazione si alimentano nel corpo della società quando si rivelano, cinicamente funzionali a difendere assetti sociali, altrimenti indifendibili. Dall’impedire che tutto ciò si consolidi in regime dipende ormai il futuro della sinistra. L’avvento di quello ha segnato la cancellazione della sinistra. Il rischio ci era presente.

Solo per testimoniarlo ci permettiamo di ricordare ciò che Alternative per il socialismo scrisse sul suo secondo numero, il luglio di un anno fa:
“La sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell’esistenza politica. Non è solo, come è successo tante altre volte, il rischio della sconfitta, dello scompaginamento, di un duro ma temporaneo ridimensionarsi della sua forza: quel che si affaccia è l’orizzonte di un vero e proprio declino. E questa volta l’urgenza della risposta è davvero grande: non ci sono dati nè tempi lunghi nè solide certezze sugli strumenti con i quali attrezzarsi. E’ un po’ come quando tocca insieme correre e cercare la strada, ed è anche possibile che non si riesca a trovarla. Ma se finisse così l’esito sarebbe drammatico: l’eredità del movimento operaio del ‘900 ne sarebbe, semplicemente, cancellata”.

Rossana Rossanda lucidamente parlò all’inizio della campagna elettorale della sfida, per la Sinistra l’Arcobaleno, consistente nel portare a casa la pelle. La crisi era evidente, il rischio di scomparsa era, drammaticamente, nel novero delle cose prevedibili. Non ne avevamo però previsti i tempi e i modi, non avevamo previsto (non lo aveva previsto nessuno) la violenta accelerazione della crisi, il suo esito elettorale disastroso. La sinistra è stata messa dal voto fuori dal Parlamento; il PD è stato sconfitto. Per le forze della Sinistra l’Arcobaleno, la débâcle è senza appello. Ma è nel paese che si è aperto il vuoto più inquietante, il vuoto della sinistra politica.

Il governo Prodi: il fallimento di un’esperienza
L’esperienza del governo Prodi e, in particolare, il nostro rapporto, quello delle diverse forze della sinistra radicale, con quel governo è, io credo, ciò che ha fatto traboccare il vaso della crisi della sinistra. Esso ha pesato persino più di quanto si fosse pure diffusamente pensato a sinistra. Nell’esperienza si è prodotto un salto all’indietro, si è consumata una scissione, per lo più silenziosa, si sono moltiplicate le rotture, i punti di rottura tra partiti e movimenti, nei partiti, nei movimenti, nelle e tra le opposizioni della sinistra sociale e politica; in storie collettive di comunanza di intenti e di sentimenti si sono introdotte divisioni e separazioni.

Nel rapporto tra le politiche delle forze di sinistra e, da un lato, il suo insediamento sociale e, dall’altro, le molteplici soggettività critiche che ad esse guardavano si è aperto uno iato. La latente crisi del rapporto tra le istituzioni e il paese, non fronteggiata sul terreno della sua riforma sociale, è esplosa con la denuncia della casta, che, mescolando una critica condivisibile ad una degenerazione istituzionale lunga di decenni con una nascente coltivazione dell’antipolitica, ci ha investito col doppio effetto della caduta della speranza di cambiamento riposta nel governo Prodi e del discredito caduto sul sistema politico nel suo insieme. La politica è apparsa allora ridotta come a un indistinto ceto politico ad una parte grande del popolo anche tradizionalmente di sinistra quando una crisi di società lo ha investito senza che fossimo stati capaci di erigere contro di essa efficaci dighe difensive. I bassi salari, la precarietà, l’incertezza e l’insicurezza del vivere quotidiano sono così rovinati addosso agli insediamenti sociali di riferimento della sinistra ormai deprivati sia di protezioni culturali che sociali.

Il fallimento dell’esperienza del governo Prodi ha coinvolto la sinistra radicale che non ha retto la prova, per altro difficilissima, del governo. A questo risultato ha certo concorso la sua disarticolazione interna, la sua divisione in partiti con culture di governo e di lotta assai diverse tra loro. Ma quel che a me sembra ancor più significativo e, per alcuni versi, ciò che ci rinvia alla questione più impegnativa e difficile è la falsificazione intervenuta, con la prova concreta del governo, dell’ipotesi più ambiziosa che era stata messa in campo a sinistra, l’ipotesi cioè fondata su due condizioni-obiettivo che erano la permeabilità del governo da parte dei movimenti e l’autonomia del partito, il PRC, dal governo di cui entrava a far parte.

La pressoché generale irrisione della formula ‘partito di lotta e di governo’, da sinistra come da destra, di una formula che seppur rozzamente dà conto di un problema reale, sottolinea la straordinaria difficoltà dell’impresa, ma non assolve la responsabilità politica di chi, come noi, ci ha provato. Il governo ha progressivamente rivelato una sostanziale impermeabilità ai movimenti. Il condizionamento, certo in qualche misura prevedibile, dei poteri forti si è rivelato una vera camicia di forza adottata dal governo stesso.

Sull’altro versante, quello dei movimenti, il vento è venuto cambiando di direzione. Il rapporto partito-movimenti veniva già da una stagione non facile, il passaggio di governo accentuava le difficoltà e acutizzava divisioni politiche presenti nei movimenti. Ma la stagione ha messo in luce anche una fragilità dei movimenti, la difficoltà a porsi sul terreno di un movimento, plurale sì ma unitario. Il conflitto sociale non è stato messo in relazione con un progetto di movimento, irretito dal sindacato sul terreno istituzionale ma anche senza cerniere, nessi, saldature con gli altri movimenti. La grande manifestazione contro la precarietà è rimasta un episodio. Le lotte di comunità territoriali, malgrado la forza di massa della critica a scelte militari o di mega-opere dai duri impatti ambientali, non sono risultate interne ad un processo di costruzione di un movimento articolato su larga scala, né hanno potuto far rivivere lo spirito vincente di Scanzano.

I diversi spezzoni di movimento, da quelli classici come i metalmeccanici nella lotta per il rinnovo contrattuale fino alle azioni sui diritti civili e delle persone, anche quelle più interessanti, sono restati soli senza poter accumulare unitarietà e crescita di una soggettività politico-culturale condivisa (l’orizzonte mancato di un altro mondo possibile). Il limite interno ai movimenti interroga sempre i limiti delle forze politiche organizzate a sinistra, parlo naturalmente di quelle che scelgono il rapporto forte coi movimenti. Credo che abbia pesato qui anche il limite della rifondazione del PRC.

Questo partito, in particolare da Genova in poi, aveva scelto, pur nel rispetto pieno delle autonomie e delle diversità di ruolo, un rapporto di scambio imprescindibile col movimento. Molto osando, aveva operato profonde rotture e innovazioni nella cultura politica, fino a guadagnare la scelta della nonviolenza. La più grande promessa di apertura ai movimenti e all’esplorazione di nuovi linguaggi della politica e della partecipazione. Il passaggio alla pratica concreta, all’approfondimento nella prassi, già in sé difficilissima, ha incontrato il limite più serio che si è manifestato nella stessa rifondazione, quello che più ha pesato anche nella difficoltà a contribuire a contrastare le flessioni, le ombre dei movimenti. Quel limite pesante è stata la mancata innovazione del modello di organizzazione del partito, malgrado la sollecitazione forte che è venuta dall’esperienza delle donne. E’ mancata la sperimentazione del passaggio da una struttura verticale, piramidale, ad una struttura orizzontale, a rete, capace di esaltare il saper fare, il fare società, i processi di socializzazione, la partecipazione, il valore dell’esperienza e della persona. Tutto ciò ha probabilmente contribuito a pregiudicare la possibilità di una reale autonomia dal governo. C’è stato su questo punto, quello dell’autonomia, indubbiamente, un prevalere del dover essere, una sopravvalutazione di sé come comunità politica originale e capace di farcela, perché in grado di poggiarsi sul lungo percorso dell’autonomia del PRC dal 1998 al congresso di Venezia del 2005 (la data è ricordata per non confonderlo con l’assai più giustamente famoso congresso del PSI degli anni ‘50).

L’esperienza della partecipazione al governo Prodi è venuta così ad essere costretta tra Scilla e Cariddi, tra la condanna ad una sostanziale ininfluenza sulle grandi scelte della politica interna del governo o la rottura con esso e la fine della legislatura, prima che fosse possibile verificare fino in fondo la possibilità estrema di uscire dalla politica dei due tempi che Prodi e i suoi avevano adottato. Caduto da destra il governo, il bilancio è diventato per la sinistra impresentabile. Gli interrogativi che si aprono sono indubbiamente di grande peso, anche per il suo futuro. C’è oggi in questa Europa la possibilità di un governo in cui la sinistra abbia un’influenza seria e la possibilità di trovare la giustificazione delle proprie collocazioni, nella realizzazione di un compromesso riformatore aperto ai movimenti e dunque aperto ad una prospettiva della costruzione di un diverso modello di organizzazione dell’economia e della società? Oppure c’è oggi, ai fini di questa ipotesi di lavoro, un’insuperabile immaturità della situazione e/o una inesistenza delle condizioni soggettive, a partire dallo stato della sinistra e dei rapporti sociali, per provarci?

Per cercare di rispondere alla domanda è forse ancora necessario riflettere sui passaggi che hanno portato all’esperienza dell’Unione e alla nascita del governo Prodi e sui passaggi che ne hanno caratterizzato il cammino, a partire dalla sua prima finanziaria per arrivare al momento cruciale, io credo decisivo, del giugno-luglio 2007, delle scelte sulle pensioni e la precarietà. Anche per il coinvolgimento diretto di chi scrive nella responsabilità politica del passaggio, vorrei qui solo far riferimento al confronto sul programma elettorale e di governo dell’Unione. Ci si può avvalere dell’idea, giusta, che la storia si fa con i se, e poco importa che qui si parli della cronaca. Si è spesso parlato dell’estrema vastità e del carattere dettagliato del programma, le ultranote 200 e più pagine. Tutto si può dire oggi tranne che quella fosse una mediazione al ribasso. Anzi oggi si vede bene come la sua articolazione costituisse una sorta di manuale per l’azione di governo. Come a dire, adesso basta il fare, basta l’azione di governo per applicare il programma, perché l’accordo politico c’è. In realtà l’idea, neanche tanto celata, di supplire al deficit strategico della coalizione (la visione di riforma della società) con l’elencazione delle (abbastanza buone) cose da fare non ha funzionato, forse proprio perché non poteva. Il confronto sulle grandi idee forza, sulle opzioni strategiche di fondo non può, mi pare questa una lezione dell’esperienza, essere sostituita da alcunché. La mancanza di una rotta condivisa, di una visione comune si è dimostrata un handicap insormontabile; nel vuoto si produce un veleno che inquina i pozzi.

Ma le attese sacrosante di cambiamento si erano forse già arenate, col risultato delle elezioni politiche del 2006, sull’esiguità dei margini di maggioranza, pressoché inesistente in uno dei due rami del parlamento. Visto alla luce dell’esito (la conclusione di una vicenda rende tutti più intelligenti sul suo corso), sarebbe stata necessaria, allora, una discussione di massa, un coinvolgimento partecipe sul che fare, tanto più se si ricorda la natura delle estese attese di cambiamento (non ci basta cacciare Berlusconi, bisogna realizzare una diversa politica) che avevano guadagnato al centro-sinistra i consensi che lo avevano portato alla vittoria (risicata). Si trattava dunque di una delega condizionata: io ti voto, ma ti aspetto al vaglio della prova e la mia è una prova estrema, l’ultima chance.

La prova è fallita, il dramma si è consumato. E si torna alle domande di partenza. L’esperienza di governo oggi nei diversi paesi Europei è dunque fuori portata per la sinistra, per il ciclo in cui siamo collocati? La domanda trascende, per me persino ovviamente, il qui e ora, cioè l’esigenza per la sinistra di ricominciare l’opera di ricostruzione di sè dall’opposizione e non solo per stato di necessità. La domanda oltrepassa la congiuntura. Pressoché tutti i governi nel cuore dell’Europa sembrano condannati a farlo senza un durevole consenso di massa, si veda la rapida parabola del fulmine Sarkozy, ma, d’altra parte, senza la possibilità di vederli impegnati in un’uscita dal predominio del mercato e del capitale nelle forme imposte dalla gigantesca ristrutturazione capitalista in corso. Può essere, dunque, che si debba verificare in Europa, in questo ciclo, una sorta di immaturità della questione del governo per la sinistra radicale. Ma se così fosse (io credo invece che il quesito resti aperto) sarebbe un bel problema, non una liberazione.

Ha ragione Franco Cassano quando sostiene che “è proprio la dimensione profonda dei problemi che mi porta a dire che la dimensione del governo per la sinistra non è un cedimento, ma al contrario una conquista. Io temo che l’allergia radicale al governo nasca anche dalla povertà di idee” e che “se non c’è un disegno forte, ad esempio quello di governare in modo alternativo la composizione di classe, se non c’è un’ambizione egemonica, si rimane incastrati nella tattica e si lascia agli altri uno spazio enorme”. Non vedo, sul terreno di medio periodo, una risposta facile al problema.

La crisi della rappresentanza ha concentrato nel governo la contesa politica. Questa trappola mortale va spezzata. Ma come? Forse prendendola, intanto, da due lati. Da un lato, mettendo in discussione dal basso, dalla società, dal conflitto agito, con consapevolezza politica e partecipante, la tendenza denunciata da Agamben e riassunta nella formula della ‘governamentalità’, cioè ricostruendo pazientemente partecipazione, democrazia diretta, rappresentanza e, soprattutto, legame sociale. Dall’altro lato, lavorando sull’opposizione dell’ipotesi, oggi lontana, del governo riformatore (e perciò parte delle contese tra destra e sinistra, tra uguaglianza e diseguaglianza, tra libertà e alienazione) al governo allargato (condizione a cui assistiamo ora, come nuova forma di rappresentazione del recinto degli inclusi). La risposta alle domande non verrà a breve; essa passerà, se sapremo trovarla, per nuove esperienze sociali e nuova ricerca politica. Quel che è certo è che questa esperienza di governo, quella del governo Prodi, ha fatto tracimare il vaso e la crisi ci ha investito frontalmente. Ora il (nostro) re è nudo.

La sinistra, l’Arcobaleno: la disfatta elettorale
La campagna elettorale non solo non ha contribuito a ridurre la gravità dello scacco, ma lo ha persino aggravato. Quanto siano state negative per la sinistra le condizioni ambientali è evidente ad ognuno ed è persino troppo facile indicare il peso distruttivo operato dal voto utile e l’effetto destrutturante della politica del PD sulla sinistra sia nel senso di cancellare, con la sua collocazione programmatica e con il suo profilo politico, ogni spazio di confronto a sinistra (inducendo lì un senso di solitudine e di inefficacia) che di pretendere di attrarre su di sè, col collante pigliatutto di essere l’unica possibilità di vincere su Berlusconi, ogni avversione al centro-destra. Ma la riflessione autocritica (che brutta parola!) sulla vicenda della Sinistra l’Arcobaleno non può essere nascosta dietro queste considerazioni.

Come già per la costruzione dell’esperienza del governo Prodi così, seppure per ragioni differenti, anche la nascita, l’invenzione, della Sinistra l’Arcobaleno è stata dettata da uno stato di necessità, da un frangente eccezionale, le elezioni con annessa soglia di sbarramento. Le ragioni della costruzione di una soggettività “unitaria e plurale” a sinistra preesistevano certo e si erano anche manifestate, a volte riuscendo a far credere ai molti che la invocavano che la via era finalmente tracciata e intrapresa. Più di un momento favorevole, di un particolare stato di grazia per il processo unitario, è andato perduto. Né vale ora indagarne le ragioni, quel che conta è la delusione, la dispersione di energie che ciò ha determinato.

Il precipitare delle elezioni ha ricreato lo stato di necessità (così evidente che nessuno a sinistra ha proposto di andare alle elezioni con un diverso assetto). Quel che in più, rispetto alla povertà dello stato di necessità, viene allora immesso nella difficilissima impresa elettorale è la visione di ciò che non si era riusciti a costruire prima attraverso un processo partecipato e di società, la nascita di una nuova sinistra che sarebbe dovuta andare oltre i partiti che avevano costruito la Sinistra l’Arcobaleno, aggregando tutte le forze, le energie, le soggettività già presenti nella società e disponibili a cimentarsi con la nuova impresa politica e attraendo nuove forze ad essa interessabili.

La visione era insieme dettata da un’esigenza elementare, dare un senso di prospettiva ad una campagna elettorale in cui era a rischio la propria esistenza (abbiamo già visto come la cosa ci fosse da tempo ben presente), e da un’esigenza più matura, la necessità per l’Italia, come per l’Europa, di una sinistra capace di porre la grande questione, quella dell’alternativa del modello di organizzazione economica, sociale e culturale della società, quello che altri chiamano il modello di sviluppo. Una questione matura oggettivamente per la natura di questo capitalismo totalizzante e per la crisi di civiltà che esso induce, ma che nessun altra formazione politica propone. Cosa non ha funzionato né punto né poco? Ora, dopo il risultato, si vede chiaramente. Questa visione risultava totalmente, non solo parzialmente, giustapposta alla realtà concreta, alla costituzione materiale della Sinistra l’Arcobaleno che, in tanta parte, la rifiutava e, nel suo insieme, nel suo funzionamento concreto - composizione delle liste, tipo di campagna elettorale, impegno e iniziative di parecchie realtà - la contraddiceva in tutto o in parte. Così quel che veniva negato nell’affermazione “non siamo un cartello elettorale”, risultava essere la pratica concreta.

L’errore politico dovrà essere ancora approfondito, ma, se volessimo ricorrere a un linguaggio classico della tradizione comunista, dovremmo intanto definirlo come un errore di volontarismo e di soggettivismo. Errore, in quella tradizione, imperdonabile (a volte fino a conseguenze estreme) perché colpevole di sovrapporre alla realtà il desiderio, l’ambizione del progetto politico. Il fatto che ne siano risultati coinvolti donne e uomini di buona volontà a sinistra e molti giovani non deve impedire di capire più a fondo perché l’idea di “portare a casa la pelle” mediante un innalzamento della posta in gioco, il futuro della sinistra in Italia, sia così duramente fallito. Quel che sembra innegabile è che l’esperienza della Sinistra l’Arcobaleno ha aggiunto altra acqua a quella che, sotto i colpi dell’esperienza del centro-sinistra del governo Prodi, andava tracimando fino ad annegarci.

Il risultato elettorale si incaricava di squadernarci davanti, tutta intera, la crisi della sinistra. Nel paese, per la prima volta dalla vittoria contro il fascismo, la destra esce dalla minoritarietà e la sinistra esce dalla scena parlamentare mentre è la sua cultura a diventare minoritaria.

Il cambiamento della scena. Struttura e cultura
Nell’ultimo quarto di secolo la scena sociale ed economica è cambiata radicalmente e con essa sono cambiate le culture, i linguaggi, gli immaginari e il senso comune; un cambiamento di scena che ci ha travolto. Abbiamo creduto poco alle nostre stesse analisi, quando esse volgevano a disegnare orizzonti che si chiudevano. La modernizzazione ha disegnato una regressione che giunge sino ai fondamenti della civiltà, alle radici della vita umana. Si afferma un capitalismo che, sconfitto il suo avversario storico, recupera l’antica sua ambizione totalizzante, che lo sviluppo storico della lotta di classe gli aveva imposto di deporre, per investire di sé ogni relazione sociale - ogni persona, i corpi e le menti. Nella sinistra anticapitalista, come nel movimento dei movimenti, sono pure circolate denunce lucide della tendenza; non è sfuggito il carattere mistificatorio delle tesi apologetiche. Si è ben visto che proprio nel cuore della globalizzazione anticapitalistica pulsava la crescita della diseguaglianza, la sistematica produzione di precarietà, di vecchie e nuove povertà e la moltiplicazione di tutti i generatori di insicurezza e di incertezza del vivere. Ma quelle analisi critiche, forse anche per la dispersione degli stessi punti di vista critici e per la mancanza di una loro sistematicità, non sono riusciti a costruire una soggettività critica di massa influente sul formarsi del senso comune, mentre si erodeva il deposito attivo di una coscienza di classe largamente condivisa dai suoi protagonisti sociali. Neanche la pure assai significativa, e ancora utile, nozione gramsciana di rivoluzione passiva ci consente una interpretazione compiuta del processo.

L’individualizzazione dei rapporti, che segna prepotentemente il nostro tempo, interviene a ridefinire le appartenenze rendendone mobili e provvisori i confini. Le identità collettive, piuttosto che essere aperte e in progresso, e quindi capaci, dentro percorsi condivisi di emancipazione e di liberazione, di concorrere a formare una coscienza civile in ragione della scelta di un rapporto positivo con l’altro, si rovesciano nell’assunzione dell’opposizione o dell’avversione all’altro, proprio quale elemento definitorio di sé (io sono quello che sta contro te).
La critica nei confronti dell’alto, del potere, sfuma e diventa critica dell’altro, mentre all’individualizzazione viene a corrispondere un nuovo plebeismo. Il contrasto nei confronti di questa tendenza è mancato o è stato del tutto inadeguato. Le componenti moderate del centro-sinistra hanno colpevolmente accompagnato la controrivoluzione culturale, negando in radice l’esistenza stessa del problema del rapporto tra la formazione della coscienza critica (i soggetti antagonisti) e la politica. Le componenti di radicalismo borghese hanno deviato la critica esaurendola nell’avversione al berlusconismo. Ma noi stessi, come in generale la sinistra radicale, abbiamo esercitato su questo terreno solo una debole resistenza, anche per aver ritenuto in larga misura autosufficiente la spontanea costruzione di soggettività critica da parte dei movimenti. E’ assai significativo, a questo proposito, quanto ridotta sia divenuta l’attitudine dei dirigenti politici e degli intellettuali a scontrarsi apertamente all’interno della propria base, di come sia pressoché scomparsa la sana abitudine al conflitto anche aspro delle idee proprio nel rapporto “di massa”. Non si litiga più o, peggio, lo si fa solo tra dirigenti e, spesso, non limpidamente. La pratica della costruzione di culture politiche critiche si è venuta spegnendo.

Tanta parte delle popolazioni europee vivono da una lunga stagione, così lunga da aver cancellato dalla memoria sociale quelle dell’ascesa, la condizione di essere dilaniata da bisogni negati, senza neppure la possibilità di credere che il loro soddisfacimento possa realizzarsi domani, attraverso l’agire collettivo e la sua politicizzazione (la buona politica). La solitudine subita si impasta con l’individualismo alimentato in un essere sociale e in una coalizione sociale deprivate di reale autonomia, in cui persino l’altissima giustizia può diventare a volte l’infimo giustizialismo. Quel che di dinamico, di innovativo, di scoperta del futuro c’è nel processo di modernizzazione (e c’è e molto) lavora fuori e contro la ricomposizione sociale in una compagine che possa poi, per le sue vie, praticare il cambiamento. Anche la crescita delle esperienze di comunità, che pure si sono interconnesse con fenomeni assai interessanti di nuove forme di organizzazione economica e sociale oppure sono venute alla luce nelle più rilevanti esperienze di lotta sociale del nostro tempo, non sfuggono, in questo quadro, ad una ambiguità di fondo. E quando l’esperienza la travalica, essa si trova in una terra di nessuno e nelle più parti dei casi il “noi” che trova sulla strada è piuttosto quello che oppone basso ad alto, piuttosto che sinistra a destra.

Investiti più direttamente che qualsiasi altra realtà sociale dalla sconfitta degli anni ‘80, i protagonisti della rivolta del ‘68-’69 e dello straordinario ciclo degli anni ‘70 hanno resistito a lungo, seppure con vicende assai diverse tra loro e spesso condannate alla sconfitta; a volte pure ci hanno riprovato a riprendere l’iniziativa. Non si tratta soltanto di sussulti; in qualche caso, come nelle mobilitazioni contro la cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, si apre uno spazio reale per mettere in gioco la tendenza. Ma le componenti che prevalgono, sia nella sinistra che nel sindacato, non possono né vogliono aprire una strada diversa da quella di una cooperazione subalterna alla modernizzazione, qui ristrutturazione capitalista. Il riformismo rinuncia a pensarsi come forte e si stabilizza come componente moderata della politica. L’occasione si ripresenta con la nascita di una nuova soggettività, questa volta mondiale e nascente dall’interno della stessa globalizzazione capitalista di cui contesta la natura dei processi, l’organizzazione del potere, le politiche, le sue forze motrici. E’ l’ultima grande occasione persa. Di Genova resta il volto di una repressione violenta e sistematica per stroncare il soggetto nascente e una potenzialità che, malgrado la tragedia, si era riconfermata vitale e durevole. No. Non era obbligato (si ricordi il moto pacifista, l’orizzonte e le tante pratiche ispirate ad un altro mondo possibile) il decorso che i fatti hanno avuto, né il rapporto tra i movimenti, né tra i movimenti e la politica. Ma, invece, così come sono andate le cose, esse hanno consentito che lavorasse a fondo il versante duro della realtà; ed esso ha lavorato contro il prodursi di soggettività critica. La ristrutturazione operata dal capitale ha messo sotto torchio il lavoro, ha privatizzato saperi, conoscenze, esperienze, processi formativi sia formalizzati che informali. La produzione di nuove forme di organizzazione del lavoro che ne concentrano la potenza di governo mentre diffondono e, persino, disperdono il lavoro esecutivo, si avvale di un salto tecnologico e scientifico, pressoché reso costante specie nel trattamento delle informazioni e nelle comunicazioni, agguantando una rivoluzione nel linguaggio e nella rete delle relazioni interpersonali, mediate, moltiplicate e frammentate dalla tecnologia.

Il lavoratore precario, il consumatore indebitato, il cittadino senza partecipazione attiva, la persona incerta sul suo destino entrano in un bussolotto da cui la figura che esce è quel che viene a fissarsi in quell’istante sotto la torsione del meccanismo economico e del pensiero prevalente. L’eclisse delle grandi visioni del mondo e la scomparsa dalla scena del paese dei grandi pedagoghi, costituiti dalle organizzazioni politiche di massa, hanno permesso che si spezzassero, che si rompessero gli argini costruiti nel tempo e con la lotta contro le alluvioni del pensiero dominante.

I giovani (la cui condizione e la cui lettura della propria condizione personale e di generazione contiene uno sguardo sul mondo che viene) se, da un lato, esprimono le grammatiche dei nuovi linguaggi con essi, pure, sentono il peso della riduzione del tempo all’istante. Non si escludono, anzi esistono, e come, esperienze che, su questi spartiti, suonano una musica diversa, esperienze che mettono in opera pratiche extramercantili, realizzano pratiche sociali che fuoriescono dai processi di mercificazione e si conquistano spazi e tempi parzialmente liberati.

Promesse assai interessanti, ma soverchiate dalla diffusione di una modernizzazione alienante e soffocante. Credo sarebbe utile ritornare sulle analisi dei giovani nell’avvento del neocapitalismo dei primi anni ‘60, non per trovare impossibili similitudini, ma per giovarsi di certi approcci di ricerca, anche nel lavoro di conoscenza da realizzare oggi.

Intere costruzioni storiche (che è sempre bene non mitizzare, perché in ogni caso una realtà sociale è sempre complessa e i suoi orientamenti prevalenti sono sempre mutevoli) sono state sottoposte a mutazioni di fondo. Cadono le protezioni storicamente accumulate e anche le realtà operaie vengono investite come ogni altra realtà. Se la cocaina entra in fabbrica, specie nelle nuove generazioni, così come ci dicono inchieste di verità come quella realizzata da Loris Campetti o come ci dicono sindacalisti e operai, la risposta non può più essere quella dello stupore o della negazione, ma quella di capire cosa sta accadendo nel rapporto tra dentro e fuori il lavoro, tra la vita e il lavoro e in che contesto politico e sociale questa mutazione avviene. Il voto a destra di tante operaie e operai è uno scacco drammatico per la sinistra. Non inedito, né fenomeno solo italiano. Ricorda Michael Walzer parlando di un referendum svoltosi negli Stati Uniti, alla fine degli anni ‘60, sulla guerra del Vietnam: “uno studente di Harvard specializzando in Sociologia (nonché futuro direttore di ‘Dissent’) fece uno studio sul referendum del 1967, giungendo a risultati difficili da accettare per i vecchi uomini di sinistra (e anche per quelli nuovi). Per usare la vecchia terminologia, noi avevamo raccolto un forte appoggio da parte della borghesia e praticamente nessun sostegno dalla classe operaia. In termini più scientifici: quanto più è alto l’affitto che pagate, tanto maggiore è il valore della vostra casa e tanto più è probabile che votiate contro la guerra. Che cosa c’era di sbagliato nella nostra impostazione?”. Resta la domanda di Walzer che rinvia ad un’altra questione, ad un grande, gigantesco problema, quello che interroga il formarsi della coscienza di classe. Tema ineludibile, non altro e separato dalla precarietà e dalle culture che in esso prendono corpo. L’accettazione dell’esistenza di due classi operaie sarebbe già lo smarrimento della via necessaria alla nostra ricerca. Le connessioni, i nessi tra condizione sociale e coscienza collettiva vanno proprio indagati nello specifico, come nei rapporti sociali generali. Ci vorrà tanto, tanto lavoro d’inchiesta.

Intanto sappiamo di quanto dopo la sconfitta sia stata stringente la solitudine operaia, di come sia sempre difficile risalire dalle condizioni di sfruttamento alle cause economico-sociali di sistema e alle responsabilità politiche che le generano e sappiamo, persino, che sono più eccezionali i periodi in cui i lavoratori possono affermare come tali, come classe, come coalizione di lavoro, il proprio punto di vista autonomo e antagonista, dei periodi in cui avviene il contrario. Quello che è stato chiamato il caso italiano è stato uno di quelli. Ma oggi siamo al suo rovesciamento. Se un operaio critica da sinistra l’accordo sindacale dopo essere stato partecipe della lotta, si iscrive alla FIOM e vota Lega, la cosa non può essere considerata soltanto come una libertà di espressione connessa ai nuovi tempi. La libertà non si discute e neppure il rispetto del voto (sebbene quella capacità di litigare con la propria gente…). Tuttavia neanche si comincia il discorso se non si parte dallo scacco matto che questo rappresenta per qualsiasi sinistra del futuro, una sinistra che consideri imprescindibile, come deve essere, per la sua esistenza, il tema dell’eguaglianza.

Se i bassi salari (intollerabilmente bassi), la perdita di diritti e del potere contrattuale dei lavoratori, la precarietà e l’incertezza che diventano i connotati di fondo delle nuove condizioni si rovesciano, come è accaduto, contro la sinistra decretandone la sconfitta, questo non può che essere l’esito drammatico di una lunga storia, oltreché di una vicenda politica e sindacale recente. La formazione del senso comune è un processo dai molti piani il cui filo è sfuggito di mano alla sinistra da lungo tempo. Vi ha concorso, in primo luogo, l’accettazione della delega, il progressivo prendere il posto del conflitto sociale e della partecipazione da parte dell’idea del governo e della partecipazione ad esso. Vi ha concorso, altresì, il farsi strada, sulla politica debole, dell’idea che la soluzione del problema della rappresentanza fosse soprattutto nella capacità di aderire alla società civile, alla sua articolazione, alle sue pieghe, ai suoi movimenti come una carta assorbente; come se il superamento della crisi di ciò che sono state chiamate le ideologie (in realtà di ogni idea forte di società e quindi di trasformazione dell’esistente) fosse possibile soltanto attivando la capacità di ascolto. Se questa è stata la tendenza alla base del riformismo debole, per ragioni assai diverse, ha attraversato anche la sinistra. Ha pesato qui la sopravvivenza di uno schema affermatosi in altro tempo, quello del dispiegamento del conflitto di classe, della diffusione della coscienza di classe in grandi aggregati che proponevano alle organizzazioni sociali e politiche del movimento operaio in primo luogo di saper organizzare e rappresentare quella straordinaria realtà in movimento. Quando su di essa si è abbattuto il combinato disposto di innovazione e restaurazione tipico del capitalismo totalizzante, le idee dominanti sono tornate ad essere le idee delle classi dominanti, come Marx aveva già visto. La diffusione dell’incertezza, della precarietà e del disagio generale generano la paura. La rivoluzione restauratrice ne fa il motore di un rovesciamento, nella percezione di massa, delle cause che le provocano. Il nuovo capitalismo produce il disagio e riesce a nascondere la mano che ne è la causa prima.
La sicurezza sociale diventa incredibile per un popolo senza più protezione. La sua sorte, allora, segue la frantumazione, lo spezzettamento, l’individualizzazione della società e si trasforma nella ricerca della sicurezza individuale e nell’odio per chi sembra esporla a rischio, nell’immediatezza del tempo presente e nello spazio circoscritto del proprio percorso quotidiano. Si vede bene così il peso della questione del senso comune. Con quella della politica sono le questioni degli intellettuali e della cultura che si pongono perciò come ineludibili ai fini dell’uscita dalla sconfitta. Il lavoro culturale va indagato criticamente, come, per altro verso, la politica, nel suo rapporto con la società capitalistica della globalizzazione e nella produzione di linguaggi e di senso.

Una cattiva ripresa della riflessione, da cui tenersi lontani, è quella sull’intellettuale organico, sulla storia dei rapporti tra gli intellettuali e l’organizzazione politica come se non fosse storia chiusa da un mutamento che ha investito la figura dell’intellettuale da ormai mezzo secolo e che ha proposto, fin da allora, uno spostamento del baricentro della ricerca dal ruolo dell’intellettuale nella società alla sua funzione. Se non ci si vuole affidare ai francofortesi, basterebbe il lavoro di decostruzione operato sul loro ruolo da un intellettuale come Franco Fortini. Già ci portavano lontano dal rapporto instaurato tra il PCI di Togliatti e gli intellettuali, le ricerche degli anni ‘70, la ricollocazione cercata nell’attraversamento critico delle funzioni dell’intellettuale, cioè delle nuove condizioni di lavoro culturale e nella critica del lavoro intellettuale all’interno del ciclo allargato della produzione. Ed eravamo al tempo del capitalismo della produzione di massa per il consumo di massa e poi nel ciclo politico-sociale dell’ascesa dell’operaio comune di serie e dello studente di massa. Figuriamoci oggi.

Sappiamo come quella che viene chiamata l’economia della conoscenza (intanto, non per caso, della conoscenza e non della cultura) è anche, se non soprattutto, all’interno dei rapporti sociali capitalistici, l’esperienza di un intreccio senza precedenti tra economia, scienza e tecnologia. In esso l’estensione del diritto di proprietà fino a comprendere ogni manifestazione creativa della mente e dell’uomo sospinge alla mercificazione della vita sociale e individuale in ogni suo aspetto e alla dilatazione delle diseguaglianze fino a renderle strutturali, organiche e assunte come naturali nel formarsi del senso comune.

Le autonomie della ricerca e della formazione vengono così aggredite nelle fondamenta, erose, inquinate, in ogni campo del lavoro culturale, dalla scuola alla produzione artistica, alla comunicazione fin nei pozzi da cui si estrae il linguaggio. In tale contesto non c’è spazio riconosciuto per alcuna autonomia né di ruolo né di funzione. Né intellettuale organico, né maître a’ penser, né testimone di civiltà, ma neppure agente critico-conflittuale. Parlare di pensiero unico è stato ben altro che una provocazione, ha descritto un processo, o almeno, in esso, il prevalente. Il vuoto è stato riempito dall’alienazione delle relazioni sociali e dei linguaggi. Sarà bene non dimenticare chi ha resistito e ha continuato a cercare criticamente ed essere sempre attenti, in ogni momento, a ciò che si sottrae all’omologazione, oggi quando balza alla ribalta qualche film, su questo versante, importante, come ieri qualche rappresentazione teatrale e qualche libro o qualche autonoma produzione di cultura. Bisogna sempre scrutare un qualche affacciarsi di un segno dei tempi che si annuncino come diversi.

Ma l’assenza degli intellettuali, fin qui, è stata grave e si è sommata alla desertificazione delle ricerche e del confronto tra di esse anche nella politica della sinistra, senza più luoghi e occasioni per riflessioni di società aperte e sistematiche. Così si è spalancato il vuoto sul terreno che era stato delle grandi agenzie formative mentre il mercato si è fatto sovrano assoluto.

Il lavoratore, il giovane, la donna ridotti a individui impauriti sono stati spinti a cercare se stessi non nella modificazione della propria condizione di esistenza storicamente definita da questi determinati rapporti sociali, ricerca che propone il rapporto con l’altro a partire da quello/a con cui condividi la sorte, bensì nella fuga da quella determinata condizione, fuga che non ha bisogno di condivisione alcuna e che contribuisce a considerare la propria condizione come socialmente e civilmente insignificante. La nuova destra trova in questa modernizzazione il semilavorato culturale del suo consenso, del suo farsi maggioritaria. Hanno operato, congiungendosi, due fenomeni di destrutturazione, uno materiale, l’altro culturale. La destrutturazione economica e sociale, sulla doppia e sistematica condizione di incertezza determinata dalla combinazione, in una sola persona, delle condizioni del lavoratore precario e di consumatore impoverito, ha favorito la costruzione della base per la messa in discussione della forza organizzata, influente e condizionante della sinistra e del suo patrimonio storico. La destrutturazione delle grandi soggettività forti ha messo in crisi quelle culture che hanno fatto della sinistra italiana, secondo la formula pasoliniana riferita al PCI, un paese nel paese. Non erano esiti scontati. Come e perché è potuto accadere? Abbiamo provato a vedere le cause recenti (i nostri errori) e, anche, gli spiazzamenti da noi subiti nel grande cambiamento regressivo. Non credo basti. C’è, penso, qualcosa che va oltre. Il cannocchiale deve allora allungare il nostro sguardo.

Le eredità mancate
Non era affatto scontato che la lunga transizione italiana si concludesse così, con la destra maggioritaria nel paese, il riformismo sbiadito e impotente e la sinistra fuori dalla rappresentanza politica del paese. Abbiamo provato a capire cosa nel corso concreto della transizione ha prodotto la sconfitta. Ma sul suo esito hanno pesato non poco cause meno prossime che hanno lavorato nel profondo a minare le basi della sinistra nel paese. Credo che esse siano riconducibili, in quella parte, all’irrisolto suo rapporto con la tradizione, con le radici della sua vicenda. Si potrebbe dire che la sinistra ha misconosciuto la parabola dei talenti e così ha contribuito a perdersi. La lezione che quella vuole impartire, fino a sfidare il senso comune, è che ci sono due modi di tradire il mandato e l’aspettativa di chi ti consegna i talenti.

L’uno è, certamente, quello di disperderli, di misconoscerne il valore ma l’altro è quello di congelarli così come sono stati trasmessi. Qui da noi è prevalso l’abbandono, la rescissione del legame con la storia, il pensarsi altrove (non oltre), ma è, e resta dura a morire, anche la replica conservatrice, seppure minoritaria. Così nel mondo largo del rapporto tra la politica e le masse si può parlare di un’eredità mancata, di un passaggio storico senza l’elaborazione dell’eredità. Dovrebbe essere evidente che quel che si lamenta qui non è la mancata riproposizione del passato, né una sua lettura acritica, né un soprassalto di nostalgia. Mali da cui, per altro, non ci si distanzia mai a sufficienza. Quel che ha contribuito ad abbattere le resistenze critiche, a dissolvere le culture dell’autonomia dal sistema capitalistico, è la mancata estrapolazione delle verità interne alle tradizioni e la mancata capacità di farle rivivere nelle nuove forme necessarie, al di là degli spartiacque che la storia ci consegna. Se non si vuole fare riferimento, ma sarebbe bene farlo, alla nozione benjaminiana di rammemorazione, basti, per il rapporto cruciale tra presente e passato, un passo famoso del comitato clandestino rivoluzionario indigeno dell’EZLN.

Per indicare come gli uomini (sconfitti) di ieri guardano agli eredi si può proprio ricordare un commento di Walter Benjamin: “dai posteri non pretendiamo ringraziamenti per le nostre vittorie, ma la rammemorazione delle nostre sconfitte. Questa è consolazione: consolazione che si dà solo per quelli che non hanno più speranza di consolazione” . Il lascito è: usate la nostra sconfitta per cambiare il mondo. Ed ecco il passo dell’EZLN: “nelle parole dei più anziani tra noi si trova anche la speranza per la nostra storia. E nelle loro parole appare l’immagine di un uomo come noi: Emiliano Zapata. E abbiamo visto il luogo dove dovevano dirigersi i nostri passi per divenire veri e la nostra storia fatta di lotte ha ripreso a scorrere nelle nostre vene, e le nostre mani si sono riempite delle grida dei nostri, e la dignità è ritornata nelle nostre bocche e abbiamo visto un mondo nuovo” . “Le nostre mani si sono riempite delle grida dei nostri”. Invece, nella transizione, tutte le eredità sono state mancate, a partire da quelle del movimento operaio.

Col Novecento anche l’Ottocento è stato abbandonato, deprivato di una lettura critica forte. Nella contesa con la modernizzazione ci sono venuti a mancare di quella storia due tratti necessari alla ripresa del cammino della liberazione. La prima è la pregnanza della dimensione mondiale, mai come nel nostro tempo “la mia patria è il mondo intero”, mondo intero che quando non è agìto in disegno politico di cambiamento ci viene addosso nelle conseguenze dei rapporti sociali che si vengono configurando nella ristrutturazione capitalistica, ma con l’apparenza dell’oggettività dei processi. Si pensi soltanto, da un lato, alla competitività delle merci guidata dalla sfida concentrata sul basso costo del lavoro e sulla alta flessibilità, e ai processi di migrazione dai paesi poveri del mondo.

L’anticapitalismo e la lotta di classe, verità interne fino alla liberazione nella storia dell’umanità, piuttosto che essere portate fuori dalla sconfitta e dalle tragedie che ne hanno segnato il corso, che pure non si è esaurito in esse, sono state per lo più misconosciute e, quando non lo sono state, non sono diventate parte di un lavoro di ricostruzione, con altre istanze critiche che si sono affacciate, prima tra tutte la differenza di genere, di una cultura e di un’alternativa capace di far vivere un punto di vista di massa. L’Italia è il paese che ha avuto il più grande partito comunista dell’occidente e il più importante sindacato confederale di classe d’Europa; l’Italia è il paese che ha costituito per densità della società civile, livello e ampiezza del conflitto sociale, conquista di elementi di una diversa società, allargamento e arricchimento della democrazia, che ha dato vita ad un caso, il caso italiano, appunto. Quasi non c’è più traccia nella politica organizzata di tutto ciò e persino la memoria si è pressoché dissolta. L’eredità mancante non riguarda tanto la strategia, la linea politica delle grandi organizzazioni del movimento operaio quanto il legame sociale che con esse si era venuto costituendo nel paese, il realizzare con esse di forme di socializzazione, di comunità, il fare società. Quale che sia il livello di condivisione o di critica che l’esperienza del PCI nelle diverse fasi della storia del dopoguerra può incontrare oggi in noi, due considerazioni possono essere fatte, nell’economia della nostra ricerca sulle cause della sconfitta. La prima è che l’esito compromissorio di quella politica quando c’è stato, e c’è stato, non derivava da quei legami di società, da quell’insediamento sociale, da quella comunità di donne e uomini che hanno costituito un paese nel paese, per usare ancora le parole di Pier Paolo Pasolini, un mondo che avrebbe potuto anche contemplare, invece che quegli esiti, altri di assai più radicale cambiamento. La seconda considerazione è che l’antagonismo, la critica alla società capitalistica non vive a lungo senza forme organizzate della politica che facciano parte della vita quotidiana, materiale e culturale, di tanta parte della popolazione. E senza un’autonoma organizzazione sociale dei soggetti critici, e senza una possibilità, per questa via, di alimentare nuova coscienza di classe non vive a lungo neppure una democrazia che corrisponda alla sua promessa di fondo. La mancata eredità delle organizzazioni che hanno prodotto legame sociale conduce ad una riflessione sull’altro grande protagonista di quella storia, il sindacato. Credo sia giunto il momento di una discussione a fondo, non di maniera, sul peso delle scelte del sindacato nella crisi della sinistra.

E’ una discussione difficile che non accetta semplificazioni, accuse di chissà quali tradimenti. L’autonomia delle organizzazioni sociali da quelle politiche è tema troppo impegnativo per essere trascurato, le sue politiche rivendicative, le relazioni sindacali vanno trattate con molta attenzione e conoscendole approfonditamente, ma ora si pone una questione di società.

La domanda è: la storia del sindacato confederale di classe, la storia del sindacato di Di Vittorio dell’autonomia dai padroni (attenti ai nomi), dal governo e dai partiti fino alla rivoluzione del sindacato dei consigli, cioè la storia del sindacato la cui autonomia è in primo luogo l’autonomia dall’impresa capitalistica, ha un seguito oggi, ha avuto una rielaborazione su quella stessa via?

Oppure siamo di fronte ad un’altra delle eredità mancate che ha a che fare direttamente con la questione della coscienza di classe e dunque dell’autonomia del sistema? E’ indifferente per il sindacato se un suo militante (tanti) vota per un partito come la Lega? Penso che l’istituzionalizzazione del sindacato sia il processo concreto che è in corso di sviluppo nelle relazioni sindacali nel nostro paese, un processo per molti aspetti inverso a quello che Daniel Guerin ricordava essere vissuto nel passaggio dall’AFL al CIO, il passaggio da freddi uffici di tutela dei lavoratori alla casa dove “le conoscenze venivano trasformate in passioni” e donne e uomini prima condannati alla passività e all’accettazione dell’esistente si affacciano alla partecipazione della propria riscossa. Di questo passaggio, dall’autonomia del conflitto all’istituzionalizzazione del sindacato, è indicativa la questione elementare e fondamentale del salario. Il tema principale che esso pone, reso più acuto dalla competitività della globalizzazione, è quello del rapporto tra salario e profitto, così come tra lavoratore e impresa. Ebbene proprio questo si è perso nel porto delle nebbie della concertazione e delle nuove relazioni sindacali, sostituito da quella tra salario e prelievo fiscale (non c’è più il conflitto con l’impresa, resta solo quello con lo Stato).

Cancellato il tema decisivo del conflitto collettivo con il padronato, il lavoratore si trova ridotto, anche sul tema distributivo, a puro cittadino, dove la relazione del salario è tutta racchiusa nel rapporto col fisco, e il suo rapporto con l’impresa diventa possibile preda, anche per le retribuzioni, dell’individualizzazione dei rapporti. L’asimmetria di potere tra impresa capitalistica e il lavoratore diventa permanente, un destino.

Certi rovesciamenti del punto di vista sull’”altro” e sul mondo non sono soltanto imputabili alla forza della rivoluzione restauratrice guidata dal capitale, alla sua potenza di scompaginamento, alla destrutturazione e alla formazione di nuovi alfabeti e nuove grammatiche. Sono mancate, anche potevano essere ricavate da esperienze della nostra storia, le leve su cui far forza. Sul ‘68-’69 corre in Francia un gran dibattito, in Italia no. Eppure in Italia il biennio rosso dura un intero decennio e in esso prende corpo una delle più rilevanti storie politiche dell’occidente nel nostro tempo, il sindacato dei consigli: l’esperienza di una democrazia partecipata in cui si sperimenta un rapporto tra lotta e ricerca, tra esperienza e scienza che dà luogo ad una cultura critica di massa. Anche in questo caso, intendiamoci, nessuna propensione ad un atteggiamento acritico, a non leggere errori dalle conseguenze negative ancor oggi presenti, ma non c’è nella mancata formazione di una sedimentazione culturale, appunto nella mancata elaborazione di un’eredità come quella della critica alla presunta neutralità della scienza e della tecnica e di un’eredità come quella della partecipazione conflittuale l’incapacità di far vivere, oltre quella storia finita e sconfitta, la sua verità interna, che avrebbe potuto fruttificare invece che consegnarci all’ineluttabilità della forbice tra innovazione e crisi di civiltà?

Ecco perché ora, almeno, dopo la grande sconfitta tocca raccogliere l’invito di Claudio Napoleoni, cercate ancora. Per cercare la strada della ricostruzione della sinistra in Europa, che è la dimensione minima necessaria perché il tentativo si confronti con una contesa che è mondiale, dobbiamo ragionare a fondo sulla nostra sconfitta, sulle cause prossime e più lontane, di questa rotta. Un anno fa parlando delle elezioni presidenziali francesi, dicemmo: attenti, “de te fabula narratur”. L’Italia è un caso limite, non un’eccezione. Per ricominciare, per indagare con efficacia il che fare, non va mollata la presa su questa ricerca e bisogna costringerci a farla insieme a tanti altri. Quello, il che fare, resta il rovello principale, la necessità prima della politica. Ma questa volta non c’è la possibilità di uno scatto attivistico. Certo sarà decisiva la reimmersione della sinistra nella vita quotidiana della sua gente e degli “altri”. Se si può ironizzare su difficili fatiche che ci aspettano sarà necessario anche “servire il popolo”, e ancor più sarà necessario costituire legame sociale, pratica sociale, luoghi e tempi condivisi. Così come, alla stessa stregua, e proponendo, con queste esperienze, una connessione non solo sentimentale (ma anche), sarà decisiva la ricerca di una cultura critica del capitalismo totalizzante, capace di crescere con l’antagonismo, per le sue strade. Non si intraprende però né l’una né l’altra impresa senza indagare insieme e, insieme, facendo dolorosamente i conti con la causa della nostra sconfitta.

Questo è oggi il primo banco di prova.

Se è vero che la Gerusalemme può anche essere non solo rimandata, c’è in primo luogo da fare un esercizio di verità: siamo ad uno dei punti più difficili della nostra storia.

Come diceva Gramsci, c’è bisogno di tutta la vostra intelligenza.

(12 giugno 200 8)

Onorevoli a doppio stipendio gli operai scrivono a Napolitano

MELFI - Vittorio Cilla ha due figli e 1.200 euro al mese in busta paga, assegni familiari compresi. Passa tutta la vita a realizzare sportelli che poi saranno montati sulla Fiat Punto. E un poco gli sono girate. “Perché ho fatto un conto: questi signori che cumulano il doppio incarico, quello di parlamentare e di consigliere regionale, in un mese intascano quanto me in un anno intero. Mi sembra uno scandalo, una vergogna”. Per questo l’operaio Vittorio Cilla prima è sbottato in mensa, poi ne ha parlato in macchina e in piazza: infine insieme con otto colleghi - tutti dipendenti della Sata, l’azienda della Fiat di Melfi, o di ditte dell’indotto - ha deciso di prendere carta e penna e di scrivere al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Ci sentivamo umiliati e un poco ci vergognavamo anche” spiega Antonio D’Andrea. Loro cittadini lucani rappresentati da quattro consiglieri regionali (Mara Antezza e Carlo Chiurazzi del Pd, Cosimo Latronico ed Egidio Digilio del Pdl) che, in attesa di scegliere, cumulavano incarico e indennità.

“È proprio così difficile - hanno così scritto a Napolitano insieme con Michele Manniello, Antonio Russo, Franco Di Cugno, Giovanni Carnevale - avere norme che impediscano cose di questo genere? Come si può chiedere a chi percepisce mille euro al mese di vivere onestamente se poi lo Stato permette queste cose? Presidente, speriamo in un suo autorevole intervento affinché cose come queste e tante altre (negative) che caratterizzano la pratica politica non si verifichino, se si vuole che i cittadini tornino ad avere fiducia nei loro rappresentanti”.

Una prima risposta c’è stata. I deputati lucani hanno fatto sapere di aver già esercitato la scelta (”nel rispetto dei termini previsti dalla normativa”): resteranno a Roma, e il consiglio regionale ratificherà il tutto nella prossima seduta. Ma soprattutto - dopo l’articolo di Repubblica di ieri che ha sollevato il caso dei 39 parlamentari che sono anche consiglieri regionali - la Giunta per le elezioni di Montecitorio ha accelerato le procedure: ieri ha inviato una lettera ai venti deputati che devono risolvere la loro incompatibilità. Se non arriverà una risposta entro due settimane, richiederà l’intervento del presidente della Camera. Il Senato ha già inviato un “avviso” del genere.

Se ne dovrà fare una ragione il senatore siciliano Antonello Antinoro. Lui è infatti uno e trino: oltre a essere stato eletto a Palazzo Madama, è deputato della regione Sicilia e da poco anche assessore regionale ai Beni culturali. A ogni carica corrisponde un’indennità: tradotto, circa trentamila euro al mese. Fosse stato per lui, avrebbe continuato a fare tutto: ha inviato una memoria alla commissione, spiegando che la legge siciliana gli consentirebbe il triplo incarico. Da Roma gli hanno detto di no, lui dovrebbe optare per Palermo. In altre Regioni, però, il cumulo dell’indennità non è possibile: in Puglia per esempio, grazie a una norma appena approvata.

(12 giugno 200 8)