Schifani sei un buffone!(buffone è una definizione, non un insulto: senteza della corte di cassazione)

Schifani ha aggiunto: “Se c’è qualcuno che deve pagare dei prezzi li pagherà”.

Inizierei dalla Spagna. Frattini ritiri gli ambasciatori e La Russa si predisponga per una nuova Guernica.

E’ la giusta risposta a El Pais, il quotidiano spagnolo più diffuso con mezzo milione di copie, che ha scritto il 29 aprile 2008, due settimane prima che Travaglio andasse dallo stuoino Fazio: “Il suo nome (Schifani ndr) è stato associato dalla stampa italiana con la criminalità organizzata siciliana, dato che negli anni ottanta fu socio in una compagnia nella quale figuravano Nino Mandalà, boss del clan mafioso di Villabate, e Benny d’Agostino, imprenditore legato allo storico dirigente di Cosa Nostra, Michele Greco”. Bombardiamo Zapatero e la stampa indipendente spagnola. ¡Que viva Franco!

Caso Travaglio, Schifani querela Grillo attacca Fazio: «È un impiegato»

E’ singolare, a parte il caso specifico, che appena insediato il governo di DESTRA, si ritorni al clima dell’editto bulgaro che esiliò Enzo Biagi…

Per quanto possano porre la censura alla televisione, internet sopravvive a queste meschinità e ne supera le barriere…ma vediamo il caso di Travaglio e Schifani:

Ancora polemiche sul caso Travaglio e sulle dichiarazioni del giornalista a Che tempo che fa contro il presidente del Senato Schifani che hanno suscitato dure reazioni all’interno del Pdl. La trasmissione di Fabio Fazio è ora finita nel mirino dell’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, pronta, a quanto si apprende, a prendere provvedimenti nei confronti del programma di RaiTre. I poteri dell’organismo di controllo (la prossima riunione del Consiglio dell’Agcom è in programma mercoledì prossimo) vanno dal richiamo alla sanzione amministrativa: dovrebbe essere quest’ultimo, secondo indiscrezioni, il provvedimento che verrà adottato.

SCHIFANI QUERELA - Il presidente del Senato Renato Schifani ha dato mandato ai suoi avvocati per agire giudizialmente nei confronti «delle affermazioni calunniose rese nei giorni scorsi nei riguardi della sua persona». È quanto afferma una nota dell’ufficio stampa del Senato. «Sarà quella la sede in cui, da una puntuale ricostruzione dei fatti, la magistratura potrà stabilire le responsabilità di coloro che hanno dato luogo ad un’azione altamente diffamatoria - conclude la nota - nei riguardi del Presidente del Senato».

TRAVAGLIO: «MEGLIO COSI, LA PAROLA PASSA AI GIUDICI» - «Quasi quasi - ha commenta il giornalista - mi sta bene: finalmente ci sarà una sede che potrà appurare se ho detto la verità. A differenza dei politici, i giudici stanno ai fatti, e in tribunale le chiacchiere stanno a zero». «Dopo tre giorni di delirio che prescinde dai fatti», ha detto Travaglio, si potrà stabilite «se le cose che ho detto me le sono inventate, se se l’è inventate Lirio Abbate e tutti coloro che le conoscono. Se si arriverà a questa conclusione, vorrà dire che Schifani ha ragione. Se il presidente del Senato verrà interrogato, mi auguro però che dia spiegazione su quei fatti sui quali ho chiesto spiegazioni. Speriamo sia un giudice a inchiodarlo ai fatti».

«MI MANDERANNO VIA» - Prima il giornalista aveva detto di reputare a rischio la sua partecipazione ad Annozero, la trasmissione condotta da Michele Santoro disegnando quindi la sua idea di cosa accadrà nel prossimo futuro, dopo la polemica legata alle sue parole contro Schifani sabato. «L’Authority sanzionerà Che tempo che fa di Fazio con un provvedimento diretto alla Rai che mi ha consentito di dire cose vere. Poi - ha detto Travaglio - la Rai mi denuncerà e così io non potrò più partecipare a Annozero. E così si saranno tolti il problema». Travaglio ha partecipato lunedì a un dibattito sulla Costituzione alla Fiera del Libro. Molti quelli che non sono riusciti ad entrare in una sala già affollatissima e tanti gli slogan tra cui «Marco resisti».

GRILLO CONTRO FAZIO - Contro Fazio nel frattempo si scaglia Beppe Grillo: «Non ho commenti su quelle persone… non sono neanche giornalisti… sono impiegati»: è stata la risposta del comico genovese a chi gli chiedeva un commento sulle scuse fatte in tv dal conduttore di Che tempo che fa. «Io - ha aggiunto Grillo - a prescindere da qualsiasi cosa, sono con Travaglio. Vi sembra che tentenni?».

ANCHE ANNOZERO SUL TAVOLO DELL’AGCOM - Sempre mercoledì prossimo, sul tavolo dell’Agcom tornerà anche il caso Annozero, cioè la puntata del primo maggio del programma di Michele Santoro che ha dato ampio spazio al V2-Day di Beppe Grillo e sulla quale l’organismo di garanzia ha già aperto un’istruttoria. All’ordine del giorno della riunione del Consiglio è previsto infatti, in sede di delibera, il “procedimento per l’accertamento dell’eventuale violazione degli obblighi del servizio pubblico generale radiotelevisivo e le determinazioni conseguenti”. L’Autorità potrà dunque arrivare subito a una decisione, anche su Travaglio, in base agli elementi in suo possesso, oppure chiedere alla Rai ulteriore documentazione e controdeduzioni (come è stato già fatto per Annozero). Il dibattito, comunque, in seno all’organismo di garanzia è serrato: a quanto si apprende da ambienti di via delle Muratte, già nei giorni scorsi, in occasione della discussione sull’apertura, decisa a maggioranza, dell’istruttoria su Annozero, si è aperto un confronto sui limiti della competenza dell’Autorità stessa nella valutazione delle linee editoriali delle trasmissioni televisive.

SCONTRO VIOLANTE-COLOMBO - Intanto, sul caso Travaglio, è polemica a distanza tra Luciano Violante e Furio Colombo. Quest’ultimo ha dichiarato: «Mi scandalizzano le parole usate da Violante che chiama ‘pettegolezzo’ ciò che ha scritto un giornalista che è scortato per minacce di mafia, ovvero Lirio Abbate, il cui frammento di libro è stato citato da Travaglio. Chiamare “pettegolezzo” una testimonianza di mafia, mi pare inconcepibile e sta allargando in modo allarmante il ‘livello Bondi’, che sta diventando il parametro a cui una parte dell’opposizione aspira ad omologarsi». Immediata la replica di Violante: «Colombo ha travisato completamente e spero non intenzionalmente il mio pensiero. Le mie dichiarazioni si riferivano senza equivoci, infatti, a Travaglio. Non è stato mai da me menzionato né direttamente né indirettamente un professionista serio e capace come Lirio Abbate».

Bacchetta e partitura digitale sul podio debutta il maestro-robot

Non gli bastava saper camminare, salire e scendere le scale, correre e giocare a calcio. Stasera Asimo, il robot umanoide cui da anni stanno lavorando i tecnici giapponesi della Honda, alto 120 cm e pesante 52 chili, dirigerà la Detroit Symphony Orchestra in un concerto speciale per l’assegnazione del Premio alla carriera al celebre violoncellista cino-americano Yo-Yo Ma. In programma il brano “Impossible Dream”, dal musical di Mitch Leigh intitolato “Man of la Mancha”. E il giorno dopo, il robot dimostrerà la sua abilità davanti a centinaia di studenti. Questo ingresso nel mondo dell’arte è un altro passo nella lunga corsa della tecnologia verso l’imitazione delle azioni umane. Segretissimo, ovviamente, il software di Asimo (acronimo di Advanced Step in Innovative Mobility, un nome che nulla o quasi ha a che vedere con il maestro della fantascienza Isaac Asimov, l’inventore delle prime e celebri leggi della robotica). Ognuno dei suoi sedici processori sparsi per il corpo, gestiti da una “cpu” centrale (Central Processing Unit, cioè Unità centrale di elaborazione), agisce indipendentemente, così che le sue azioni sembrino “naturali”, senza scatti. Le informazioni musicali sono registrate nella sua memoria digitale e la partitura, così come i visi, resta impressa in maniera indelebile nella sua memoria fisiognomica. I sofisticati sensori dei polsi gli permettono di maneggiare liberamente la bacchetta, regolando la forza del braccio. Infine, sul podio potrà muoversi con disinvoltura grazie al sistema predittivo che prepara i suoi movimenti con un anticipo di pochi microsecondi, facendo spostare di conseguenza il centro di gravità. Ma non tutti salutano l’avvento del robot-direttore come un nuovo passo nella fantascienza: cosa vecchia di vent’anni, sostiene per esempio il fisico Giuseppe Di Giugno, padre della “computer music”. “Un precedente famoso è un robot giapponese con tastiera, con telecamera in testa che leggeva lo spartito. Nell’opera “Mort de Cléopatre” di Berlioz nel 2001 abbiamo fatto l’inverso: orchestra virtuale e direttore vero. Sarò un classico, ma, anche se ho molto sperimentato, preferisco le persone”. Non è convinto neppure il direttore d’orchestra Daniel Oren. “Questo è tutto il contrario del fare musica. La musica è una cosa viva, calda e farla con un robot può essere solo un gioco, pericoloso se preso sul serio”. Ma almeno un robot è preciso… “Ma l’arte è tutt’altro che precisione! Un musicista della Filarmonica di Israele diceva di Rubinstein: “Quante note gli sono cadute sul tappeto, se ne potrebbe fare un’altra sinfonia”". E allora si parla di soldi: Honda ha versato circa un milione di dollari nel Fondo per l’educazione musicale della Detroit Symphony Orchestra. “A parte quanto un’orchestra debba ad uno sponsor, in un progetto educativo il più importante obiettivo è quello di favorire l’espressività personale, la voce di ciascuno” è il parere di Elio Galvagno, fondatore dell’Istituto Suzuki Italiano, che sforna piccoli e grandi musicisti, tutt’altro che robottini. “Mi ricorda il film di Fellini, con un metronomo gigante al posto del direttore d’orchestra”. Eppure, Jill Woodward, portavoce dell’Orchestra, assicura che si tratta di “un matrimonio interessante tra tecnologia e cultura. Siamo curiosi di vedere come Asimo interpreta il brano”. Ma Oren proprio non approva: “Va bene che ci sono direttori freddi e impassibili, ma passare a un robot è troppo”. (13 maggio 200 8)

Ancora ingerenze di Ratzinger

Le parole di Marco Pannella alle nuove ingerenze sulla politica italiana sono molto lucide:

“dichiarazioni quotidiane di questo Papa un’offesa contro lo Stato democratico: una bestemmia contro la verità”.

Affondo tanto pesante da far insorgere il vicepresidente Udc della Camera, Rocco Buttiglione, per il quale “la violenza dell’attacco di Pannella contro il Papa prelude ad una nuova forma di totalitarismo del pensiero”.

Si Buttiglione, il totalitarismo della chiesa del tuo Papa! Se uno crede nella tua religione e vuole sottostare ai dictat della tua teocrazia è libero di farlo, ma non rompere i coglioni a chi non la pensa come te! Finiscila di “girare la frittata” riempendoti la bocca di  paroloni imparati quando eri professore di filosofia…

Ognuno sia libero di scegliere secondo coscienze: nessuno dice alle donne di abortire: se vogliono farlo, però devono essere LIBERE di farlo legalmente!

”Alla base della decisione l’applicazione della normativa sulla predisposizione e pubblicazione degli elenchi dei contribuenti e di quella del codice dell’amministrazione digitale. Un insieme di disposizioni che disegnano un quadro di trasparenza fiscale al quale l’Agenzia ha inteso attenersi”. Così, in sintesi, l’Agenzia delle entrate ha risposto alla richiesta di chiarimenti del Garante della privacy a proposito della pubblicazione su internet dei rediti dei contribuenti italiani. ”Il documento - prosegue il comunicato dell’Agenzia - ripercorre l’evoluzione delle norme che hanno regolato la pubblicità degli elenchi. E la norma, nell’attuale assetto dell’amministrazione finanziaria, attribuisce al Direttore dell’Agenzia la fissazione dei termini e delle modalita’ per la formazione e la pubblicazione degli elenchi. Si tratta, dunque, di una valutazione amministrativa assunta dall’Agenzia delle Entrate nell’ambito della sua autonomia”. ”La forma di pubblicità dei dati reddituali prevista dal legislatore - spiega ancora la nota - consiste nella consultabilità dei dati da parte di chiunque. La ratio della norma è quella di favorire una forma di controllo diffuso da parte dei cittadini rispetto all’adempimento degli obblighi tributari. La scelta di Internet quale mezzo di comunicazione è stata fatta per adeguare i comportamenti dell’Agenzia a quanto stabilito dal Codice dell’amministrazione digitale varato nel 2005, che impone alla PA di utilizzare come strumento ordinario di fruibilità delle informazioni la modalità digitale”. “Il Codice - continua l’Agenzia - tra l’altro, impone alla PA l’uso delle nuove tecnologie per promuovere una maggiore partecipazione dei cittadini al processo democratico e per facilitare l’esercizio dei diritti politici e civili, sia individuali che collettivi, tra i quali si può inquadrare il diritto alla consultazione degli elenchi dei contribuenti. Si è ritenuto che le norme in materia di trattamento dei dati personali non precludano la diffusione dei dati reddituali tramite Internet, posto che la libera conoscibilità di essi da parte di chiunque è del tutto pacifica, come più volte affermato dallo stesso Garante”. ”La novità rispetto al passato - sottolinea quindi l’Agenzia delle Entrate - è rappresentata dal mezzo: Internet. Ma si tratta di una novità relativa in quanto occorre considerare come gli articoli abitualmente pubblicati dai giornali che riportano i dati reddituali dei contribuenti sono per lungo tempo liberamente consultabili sulla rete. In definitiva, la diffusione dei dati reddituali con modalità telematiche da parte dell’autorità pubblica costituisce un elemento di garanzia, trasparenza e affidabilita’ dell’informazione”. Infine, l’Agenzia esprime ”piena fiducia nelle valutazioni del Garante della Privacy e della magistratura in relazione alle azioni intraprese a seguito della pubblicazione degli elenchi dei contribuenti on line. Piena collaborazione e’ stata assicurata alla polizia postale che ha acquisito la documentazione relativa alla decisione dell’Agenzia di rendere consultabili gli elenchi tramite Internet”.

Era poco più di un lumino, donata da un benefattore civico per aiutarli a trovare le lanterne a petrolio nel buio e da allora non si è più spenta. Brilla, se il verbo non fosse eccessivo, da un milione di ore, fioca ma fedele come una lampada votiva perennemente illuminata per attenuare la paura del buio di un’America che oggi la venera come il totem delle proprie speranze. La parabola della lampadina immortale è molto più di un incredibile - ma vero - record da Guinness dei Primati, dove infatti è debitamente registrata, o un “freak”, una bizzarria da museo delle stranezze.

Prodotto da una società dell’Ohio in concorrenza con Thomas Edison, la Shelby, quel bulbo di vetro soffiato con un filamento di carbonio all’interno spesso come una matita, è una preghiera laica, una candela che la nazione accende nei momenti di incertezza, e che guarda come al piccolo segno della continuità e della speranza. Viene puntualmente e periodicamente riscoperta, dai giornali, dalle radio, dalle televisioni, sempre quando la nazione attraversa momenti di difficoltà collettiva, di incertezza economica, di guerre amare, per rincuorarsi. I nostri ragazzi muoiono al fronte, le case sono pignorate, le banche rischiano di saltare, ma se la lampadina dei pompieri continua a funzionare, passerà anche questa notte, come tutte le altre.

Sta appesa, con un filo di 60 centimetri, al soffitto della caserma al numero 4555 di East Street, a Livermore, località che il mondo ha sentito nominare perché ospita i laboratori di ricerca delle più sofisticate armi per le guerre del futuro e dunque racchiude, come fra parentesi ironiche, lo ieri e il domani della tecnologia. Fu celebrata negli anni ‘70, uno dei decenni più amari del dopoguerra americano, da un giornalista della Cbs, Charles Kuralt, un reporter che aveva abbandonato guerre, politica e catastrofi per dedicarsi alle “minimalia”, alle piccole storie della vita, e spiegava che “dietro ogni finestra illuminata, c’è una storia umana dal raccontare”.

Poi fu riscoperta dalla televisione pubblica, dai settimanali, dal canale tv via satellite Discovery e oggi, in questo 2008 di ansie economiche e di incertezze morali, riesumata dal Los Angeles Times. Tutti, partendo dalla stessa domanda: come è possibile che una lampadina prodotta nel 1901, con i mezzi e le tecnologie che a noi appaiono rudimentali, possa funzionare ininterrottamente per un secolo?

Attorno a essa si raccolsero come investigatori per una causa di beatificazione, ispettori e ingegneri, scettici e increduli, raggiungendo tutti la stessa conclusione: la lampadina Shelby da 4 watt funziona effettivamente e ininterrottamente dal gennaio del 1901. Gli esperti della General Electric, la casa che assorbì il fabbricante originale, ipotizzano che il basso voltaggio e quindi l’assenza di calore intenso, la perfetta montatura del bulbo che garantisce il sottovuoto all’interno, il robusto spessore del filamento di carbonio e il fatto che non sia stata sottoposta allo shock dell’accensione e dello spegnimento, che accorcia la vita delle lampadine, possano essere il segreto della sua longevità.

Ma i pompieri di Livermore, le vestali in elmetto, ascia e tute ignifughe che la custodiscono, sorridono alle interpretazioni materialistiche. Per loro, quella lampadina ha poteri magici, non è un oggetto di vetro, rame e carbonio, ma è una reliquia. “In essa - racconta il capo del battaglione di vigili del fuoco alle migliaia di visitatori che vanno a vederla e oggi possono anche controllare attraverso una web camera via internet se sia sempre accesa - brilla la luce dei colleghi che hanno dato la vita per salvare la vita di altri”.

Che abbia poteri sovrannaturali è, appunto, un atto di fede indimostrabile, come per tutte le reliquie. Oggi è rigorosamente proibito toccarla e comunque sarebbe necessaria una scala da autopompa per raggiungerla. Ma per decenni, quando la Shelby 4 watt era una semplice lampadina vecchia, aveva saputo sopravvivere a tutto. I vigili a riposo si divertivano a colpirla con palle di lattice, scommettendo su chi facesse più centri. E la lampadina continuava a funzionare. A mano a mano che la leggenda si diffondeva, generazioni di giovani chiamati all’inutile olocausto del Vietnam passavano per toccarla e assorbire dal suo vetro tiepido l’essenza di qualche protezione magica. I vigili del fuoco stessi, quando suonavano le sirene dei cinque allarmi, per indicare gli incendi più gravi, la accarezzavano come porta fortuna e più di una moglie incinta fu aiutata a raggiungerla col pancione, per trasmettere al nascituro le radiazioni di lunga vita.

Fu per questo che la lampadina immortale conobbe il proprio momento di crisi. Le vestali - i pompieri - decisero che era troppo facilmente raggiungibile. Decisero di alzarla e fu chiamato un elettricista per il delicato intervento sul filo ancora originale, avvolto in tessuto di tela. Sotto lo sguardo ansiosi dei parenti della lampadina, l’elettricista tagliò e ricongiunse, interrompendo per la prima volta il flusso di elettroni. Per 22 minuti, la lampadina si spense, come un paziente sottoposto a trapianto cardiaco, ma non morì. Il filo fu riallacciato, l’interruttore aperto per la prima volta dopo 93 anni e il filamento riprese a emettere luce.

Dal Texas, dalla città di Fort Worth, dove un’altra lampadina longeva è accesa ininterrottamente in un teatro da 88 anni, chiesero la immediata squalifica della rivale della California, per quei 22 minuti di coma, ma i curatori del Guinness, dopo ampio e articolato dibattito, sentenziarono che la continuità non era stata interrotta, proprio come un paziente non muore durante un bypass o un trapianto. La reliquia dell’America di Teddy Roosevelt, di Thomas Edison, del petrolio scoperto in Texas proprio nel 1901, poteva ancora essere venerata.

Resta così il tributo a un modo di produrre oggetti pre-consumistico, prima che “l’obsolescenza pianificata” dalle industrie di oggi in automobili, elettrodomestici, computer, per costringerci a rimpiazzarli, diventasse la norma. Un monumento all’anticonsumismo, come scoprì il signor Shelby, il suo fabbricante, costretto al fallimento perché produceva lampadine che non morivano mai.

Redditi online, il Fisco al Garante “Una questione di trasparenza”

”Alla base della decisione l’applicazione della normativa sulla predisposizione e pubblicazione degli elenchi dei contribuenti e di quella del codice dell’amministrazione digitale. Un insieme di disposizioni che disegnano un quadro di trasparenza fiscale al quale l’Agenzia ha inteso attenersi”. Così, in sintesi, l’Agenzia delle entrate ha risposto alla richiesta di chiarimenti del Garante della privacy a proposito della pubblicazione su internet dei rediti dei contribuenti italiani.

”Il documento - prosegue il comunicato dell’Agenzia - ripercorre l’evoluzione delle norme che hanno regolato la pubblicità degli elenchi. E la norma, nell’attuale assetto dell’amministrazione finanziaria, attribuisce al Direttore dell’Agenzia la fissazione dei termini e delle modalita’ per la formazione e la pubblicazione degli elenchi. Si tratta, dunque, di una valutazione amministrativa assunta dall’Agenzia delle Entrate nell’ambito della sua autonomia”.

”La forma di pubblicità dei dati reddituali prevista dal legislatore - spiega ancora la nota - consiste nella consultabilità dei dati da parte di chiunque. La ratio della norma è quella di favorire una forma di controllo diffuso da parte dei cittadini rispetto all’adempimento degli obblighi tributari. La scelta di Internet quale mezzo di comunicazione è stata fatta per adeguare i comportamenti dell’Agenzia a quanto stabilito dal Codice dell’amministrazione digitale varato nel 2005, che impone alla PA di utilizzare come strumento ordinario di fruibilità delle informazioni la modalità digitale”.

“Il Codice - continua l’Agenzia - tra l’altro, impone alla PA l’uso delle nuove tecnologie per promuovere una maggiore partecipazione dei cittadini al processo democratico e per facilitare l’esercizio dei diritti politici e civili, sia individuali che collettivi, tra i quali si può inquadrare il diritto alla consultazione degli elenchi dei contribuenti. Si è ritenuto che le norme in materia di trattamento dei dati personali non precludano la diffusione dei dati reddituali tramite Internet, posto che la libera conoscibilità di essi da parte di chiunque è del tutto pacifica, come più volte affermato dallo stesso Garante”.

”La novità rispetto al passato - sottolinea quindi l’Agenzia delle Entrate - è rappresentata dal mezzo: Internet. Ma si tratta di una novità relativa in quanto occorre considerare come gli articoli abitualmente pubblicati dai giornali che riportano i dati reddituali dei contribuenti sono per lungo tempo liberamente consultabili sulla rete. In definitiva, la diffusione dei dati reddituali con modalità telematiche da parte dell’autorità pubblica costituisce un elemento di garanzia, trasparenza e affidabilita’ dell’informazione”.

Infine, l’Agenzia esprime ”piena fiducia nelle valutazioni del Garante della Privacy e della magistratura in relazione alle azioni intraprese a seguito della pubblicazione degli elenchi dei contribuenti on line. Piena collaborazione e’ stata assicurata alla polizia postale che ha acquisito la documentazione relativa alla decisione dell’Agenzia di rendere consultabili gli elenchi tramite Internet”.

Visco sfida il garante della Privacy “Basta ipocrisie, dati non segreti”

In un deja-vu che evidentemente non conosce tempo, all’ultima curva della loro seconda esperienza alle Finanze, Vincenzo Visco, viceministro dell’Economia uscente, e Massimo Romano, direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, la testa e il braccio di un decennio di politiche fiscali del centro-sinistra, si ritrovano soli nel palazzo della politica. “Con qualche inatteso compagno di strada - osserva con deliberato sarcasmo un amico di Romano - e molti amici di ieri improvvisamente e singolarmente silenti”. I due sono convinti di riuscire a dimostrare le loro ragioni. Davanti al Garante, prima. Di fronte al pubblico ministero, poi. “Con argomenti - spiega Guido Calvi, che di Visco è il legale - capaci di svelare una certa ipocrisia con cui tutta questa vicenda è stata affrontata e la pelosa indignazione che l’ha accompagnata. Visco è tranquillo e non potrebbe essere diversamente, visto che riteniamo che il reato che viene ipotizzato, il trattamento illecito di dati personali, non può conoscere destino diverso che non un’archiviazione. Va da sé che rispettiamo il lavoro di un magistrato responsabile e capace come il procuratore aggiunto Franco Ionta, ma è altrettanto chiaro che in questa storia le procedure sono state rispettate e che chi oggi le contesta nel dibattito pubblico dovrebbe avere almeno l’onestà intellettuale non di cavillare, ma di dire con chiarezza agli italiani che non vuole che un principio di trasparenza fissato per legge nel lontano 1973 venga applicato. Si abbia insomma il coraggio di riconoscere che quelle norme non vanno più bene e che, negli anni scorsi, quando pure sono state applicate qualcuno dormiva”.

Libero da fronzoli e tecnicalità, Calvi anticipa un canovaccio che Massimo Romano, oggi, proporrà al Garante in un documento di controdeduzioni che sarà oggetto, domani, di una pronuncia definitiva. Gli argomenti cardine sono due, per altro già in qualche modo resi espliciti nel decreto del 5 marzo 2008 con cui è stata disposta la pubblicazione online degli elenchi dei contribuenti per l’anno di imposta 2005. Il primo argomento insiste sul “principio di trasparenza e l’obbligo di pubblicazione” dei dati fissato dalla legge del 1973. Il secondo sulla “assoluta equivalenza tra lo strumento della carta stampata e Internet”. E’ questo il punto evidentemente controverso dell’intera vicenda e, all’osso, il ragionamento dell’Agenzia suona così. Negli anni passati, i quotidiani, in più occasioni (il Resto del Carlino a Bologna, la Nazione a Firenze, per citare qualche esempio) hanno pubblicato elenchi completi di contribuenti e gli stessi quotidiani, da anni, diffondono i propri contenuti non solo su carta, ma anche online. In occasione di questi precedenti, il Garante non ebbe nulla su cui eccepire, escludendo sia la natura “sensibile” del dato nudo e crudo degli importi delle dichiarazioni, sia del modo con cui veniva diffuso (in quel caso dai giornali), fosse la carta o la rete.

L’argomento delle Entrate, buono oggi per il Garante e domani per la procura della Repubblica, ha due obiettivi. Difendersi dall’accusa di non aver consultato il Garante prima della diffusione degli elenchi online (sarebbe stato pleonastico, perché si era già pronunciato), rintuzzare l’obiezione di chi individua proprio nella scelta di consentire un accesso senza filtri attraverso Internet una macroscopica violazione della privacy, perché in grado di spalancare la porta a un vouyerismo senza confini, senza volto e ripetibile nel tempo. In altri termini, l’Agenzia si prepara a sostenere che si volesse accogliere come argomento “la censura di Grillo” (soggetti anonimi e potenzialmente mossi da pessime intenzioni hanno avuto accesso a informazioni riservate senza dover lasciare traccia del loro passaggio), allora anche le pubblicazioni degli anni scorsi sarebbero state illegittime, a meno di non voler sostenere che tutti i lettori potenziali di un quotidiano possano o debbano essere rintracciati con nome e cognome.

Un fatto appare certo. Per Vincenzo Visco e Massimo Romano, quest’ultima battaglia di opinione dalla ridotta delle Finanze ha assunto un carattere che va bene al di là di un conflitto amministrativo o di una disputa sull’interpretazione della legge. E’ diventato una sorta di testamento politico al Paese. E questa volta, senza la mediazione e le alchimie di un governo che non c’è più. “Chi come Visco e Romano non ha nulla da perdere - confida una fonte vicina al direttore dell’Agenzia - ha la forza e la serenità oggi di poter sostenere le proprie ragioni con argomenti semplici che, non a caso, chi ha qualcosa da perdere finge di non vedere. E’ la vecchia storia del dito e la luna”.

Memristor, chip che non dimentica scoperto un nuovo tipo di circuito

Potrebbe essere l’attesa rivoluzione dell’elettronica: un nuovo tipo di circuito, considerato una sorta di anello mancante, è stato messo a punto nei laboratori della Hp. E’ in grado di ridurre sia i consumi che i tempi morti, poiché non perde dati una volta tolta l’energia. Ma non solo. Il Memristor, così è stato battezzato questo nuovo tipo di memoria no-stop, darebbe nuove funzioni ai computer, rendendoli sempre più simili al cervello umano.

L’esistenza del Memristor era stata teorizzata nei primi anni Settanta dal professore universitario Leon Chua. Dopo quasi quarant’anni, grazie alle nanotecnologie applicate all’elettronica, gli Hp Labs ora annunciano di essere riusciti a crearne un modello matematico e un esemplare fisico. Il resistore della memoria, da qui il nome, è stato realizzato partendo da un composto di due strati di biossido di titanio attraverso cui è stata fatta passare corrente elettrica e consente di creare memorie che non perdono i dati una volta tolta l’alimentazione. Chua lo aveva definito come quarto elemento di un circuito passivo, insieme alla resistenza, al condensatore e all’induttore.

“Riuscire a scoprire qualcosa di nuovo e completamente innovativo nel campo ormai maturo dell’ingegneria elettronica è estremamente raro” ha affermato il capo delle ricerche Stanley Williams. I Memristor integrati sui chip, ha spiegato Williams, funzionerebbero come una memoria flash, cioè non perdendo il contenuto quando si spegne il computer. Inoltre richiederebbero meno silicio e consumerebbero meno energia. L’unico neo è la velocità, che secondo i ricercatori per ora è di dieci volte inferiore a quella delle attuali Dram, memorie non in grado, però, di conservare i dati senza alimentazione.

Le memorie basate su Memristor potrebbero sostituire quelle a cambiamento di fase usate per realizzare dispositivi di memorizzazione a stato solido. Integrate in un computer consentirebbero di tornare, nel momento dell’accensione, al punto in cui si era un istante prima dello spegnimento. Altro impiego interessante potrebbe essere nel cloud computing, che coinvolge migliaia di server e sistemi di archiviazione.

Da non sottovalutare, poi, le aspettative che si aprono sul fronte del risparmio energetico: notevoli, sul fronte casalingo, di tutto rispetto per quanto riguarda gli enormi server dei colossi dell’informatica e della ricerca.

Nei laboratori della HP sono riusciti a compattare 100 Gigabit di capacità su un singolo chip, un salto enorme, se confrontato con i 16 Gigabit disponibili sulle memorie flash attualmente esistenti.

Ma la prospettiva più affascinate è quella che riguarda l’intelligenza artificiale. Il Memristor permetterà di creare computer con funzioni molto evolute di riconoscimento della capacità visiva. Le nuove equipaggiate con i nuovi nanocircuiti, sarebbero in grado di riconoscere volti e oggetti, imparare e associare eventi passati, apprendendo dall’esperienza e prendendo decisioni. Esattamente come fa il cervello umano o le intelligenze artificiali di cui da anni ci parla la fantascienza.

Google, consigli agli azionisti “Non votate contro la censura”

ANCHE Google prende posizione netta a favore della censura. E lo fa in modo ufficiale. Dando consigli ai suoi azionisti. È risaputo come in Cina i risultati delle ricerche su materiali considerati scottanti o scomodi al regime siano filtrati dallo stesso motore di ricerca americano. Giovedì 8 maggio, però, gli azionisti hanno la possibilità decidere di cambiare rotta. Ma se seguiranno le indicazioni della casa madre, non lo faranno.

La prossima settimana si terrà a Mountain View, quartier generale del colosso di internet, l’assemblea annuale degli azionisti. Tra i vari punti all’ordine del giorno, però, questa volta ne figurano un paio piuttosto insoliti: il primo richiede l’introduzione di norme per impedire la collaborazione attiva con la censura attraverso il filtraggio dei risultati delle ricerche; il secondo propone la creazione di una Commissione per i diritti umani, con l’obiettivo dichiarato di combattere legalmente le pressioni esercitate dalle autorità locali dei Paesi in cui opera Google.

La dirigenza però non si è dimostrata entusiasta di queste idee. E nella sua guida ufficiale rivolta agli azionisti sconsiglia vivamente la votazione a favore di questi due punti. Nella sezione del documento, alla voce “Consigli per il voto”, in riferimento ai due ordini del giorno si legge: “I direttori raccomandano di votare contro la proposta dell’azionista”.

Una figuraccia per il colosso del web creato dai due studenti Larry Page e Sergey Brin. Già in passato esperti informatici avevano smascherato la collaborazione con le autorità cinesi da parte di Yahoo! e MySpace, rei di aver oscurato dei blog di giornalisti e dissidenti. Una delle provocazioni più interessanti in giro per la rete è Censearchip. Si tratta di un sito internet ideato da due giovani studenti di informatica dell’università dell’Indiana che, dividendo lo schermo in due e interrogando le versioni locali di Google e Yahoo, offre un’analisi comparata dei diversi risultati di ricerca ottenibili in Cina, negli Stati Uniti, in Francia e in Germania. La ricerca può riguardare sia contenuti testuali che fotografici. Basta digitare formule come “Repression Tibet”, “Taiwan government”, “Democracy” o ancora “Tien an men 1989″ per accorgersi di come le risposte siano completamente differenti e di come, purtroppo, anche il web non rimanga immune dalle maglie della censura.

“Solo 1300 euro al mese, ho deciso di abortire”

Precari, appello-choc di una donna napoletana al capo dello Stato
“Caro presidente pochi soldi per un figlio, la ragione prevale sul cuore”

ABORTIRE perché non bastano i soldi. Non perché il bambino è gravemente malformato, non perché si è vittime di uno stupro, non perché si è sole senza un uomo accanto. Sandra (nome di fantasia) a 29 anni non se la sente, non ce la fa a diventare mamma: il motivo è che il suo è un lavoro precario, la sua esistenza è precaria, precari sono i suoi orizzonti. Ha fatto i conti e con sgomento ha deciso: un figlio è un lusso che non può permettersi.

E così ha scritto un appello al presidente Napolitano cui ha dato un titolo terribile: “Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia”. Scoprirsi incinta le ha procurato “un’emozione bruciante, una felicità incontenibile”, ma ben presto “la ragione ha preso il posto del cuore”. Scrive nella lettera-appello che sta per inoltrare al Quirinale e che ha spedito al nostro giornale: “Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre”.

Ieri mattina Sandra, che vive con il marito in un centro dell’area vesuviana, ha fatto la prima ecografia al Policlinico di Napoli, ha firmato le carte, ha saputo la data in cui abortirà: il 27 maggio, un martedì. Chiede di mantenere l’anonimato perché sua madre non sa niente di questa gravidanza: “Nonostante tutti i problemi sarebbe felice di diventare nonna e di potermi aiutare”.

Ha una famiglia alle spalle, un uomo che la ama, una casa. E’ sicura di una decisione così importante?

“Mi prenderò questo periodo di tempo per riflettere. E rifletterò molto. Sono sempre in tempo a cambiare idea, intanto però ho prenotato l’intervento. E non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l’anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità? Ce l’ho messa tutta per costruirmi un futuro. Dopo avere fatto tanti sacrifici, dopo essermi quasi laureata in Scienze Politiche con 18 esami su 22, dopo avere collaborato a un giornale con oltre cento articoli senza mai avere un centesimo e neppure la tessera di pubblicista, dopo aver fatto, io e mio marito, infiniti lavoretti che definire umilianti e sottopagati è dir poco, mi ritrovo a non avere i mezzi per crescere un figlio. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome”.

Alla Asl non paga. Quanto guadagna al mese?

“Io, che oggi faccio la commessa in un negozio di informatica ma non sono ancora regolarizzata, prendo 800 euro al mese. Mio marito, che è più giovane di me, ha 25 anni, è cubano, diplomato all’Accademia, un artista, ha trovato un posto da apprendista sempre nel campo dei computer e guadagna 500 euro al mese. Lavoriamo sei giorni alla settimana e insieme le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro. E meno male che non paghiamo la casa perché ci ospita una mia vecchia zia”.

Con duemila euro al mese non abortirebbe?

“Sicuramente mi terrei il bambino. La mia, oggi, è una scelta iper obbligata. Mio marito è più deciso di me: più di me vede la cosa dal punto di vista della concretezza. Pensa sia un fallimento non potere dare a un figlio ciò di cui ha bisogno. In altri paesi le coppie vengono aiutate, qui si parla tanto di baby bonus ma poi nei fatti non succede niente. Lo credo che l’Italia è alla crescita zero”.

Perché ha scelto di rivolgersi a Napolitano?

“Perché è la più alta carica dello Stato. Perché è un simbolo. Perché è una persona che sento di rispettare più di tutti. La mia lettera è soprattutto uno sfogo, un gesto di disperazione e di impotenza. Gli scrivo che qui non c’è nessuno che ti tende una mano quando hai veramente bisogno. Gli scrivo anche: per favore, mi risparmi banalità del tipo: ‘Dove si mangia in due si mangia anche in tre!. Mi risparmi la retorica, perché è l’unica cosa di cui non ho bisogno’”.

Spesso le banalità sono vere. Cosa le ha detto stamattina l’ecografista?

“Che sono alla quarta settimana di gravidanza. L’embrione è ancora così piccolo che quasi non riusciva a vederlo. Poi la ginecologa mi ha prescritto degli esami del sangue per sapere l’età esatta del feto. Ho anche parlato con l’assistente sociale. Mi hanno fatto leggere e firmare una carta in cui sono elencati tutti i rischi che l’interruzione di gravidanza comporta”.

Suo marito l’ha accompagnata?

“Purtroppo non poteva assentarsi dal lavoro, che ha trovato da poco, e al suo posto è venuta una mia amica. Ma mi ha telefonato molte volte. Sa qual è la cosa che mi fa più rabbia? La mancanza di prospettive. Mio padre, che è morto 15 anni fa, era un ingegnere, mia madre è una bancaria in pensione. Noi di questa generazione occupiamo ruoli sociali molto inferiori rispetto ai nostri genitori La mobilità sociale esiste, però in forma peggiorativa. Fra i vari lavori che ho fatto c’è anche quello di baby sitter, prima con un’agenzia, poi anche da sola. Amo moltissimo i bambini: ti riempiono la vita, sono splendidi. Avrei anche già scelto il nome per mio figlio, perché sento che è un maschio: lo stesso nome di mio padre”.

Non ha pensato alla possibilità di farlo nascere e poi darlo in adozione?

“Non lo farei mai. Mai, per nessun motivo. Sapere che esiste da qualche parte nel mondo un mio bambino e io non mi occupo di lui sarebbe lo strazio peggiore”.